Benedicta 44′, l’ evento e la memoria.

La Benedicta è un evento complesso che non può essere ricondotto alla sola storia militare della Resistenza o circoscritto alla cronaca dell’immane tragedia che ha travolto circa 400 giovani uomini e le loro famiglie, poichè in sé racchiude, un incrocio di più vasti e profondi significati:

– il fondamentale rapporto instauratosi fra partigiani e contadini della zona del Tobbio.

– il significativo intreccio di bande di città e giovani provenienti dalle aree rurali (la “grande Genova” e i piccoli villaggi del novese, dell’ovadese e dell’alessandrino)

– le diverse componenti sociali (contadini, operai, studenti)

– il pesante contributo di deportati nei lager nazisti (Mauthausen, Gusen)

– la significativa presenza, accanto agli italiani, di partigiani russi, slavi, polacchi, inglesi, sudafricani.

Questa dimensione, concretamente antifascista, rende paradigmatico “l’evento Benedicta”, nel suo stesso porsi storicamente nella linea di sviluppo della Resistenza, come spartiacque tra un PRIMA (inizio della Resistenza, fase organizzativa “ingenua” delle formazioni tra renitenti e ribelli) e un DOPO (fase matura della lotta partigiana, che portò a resistere, colpire, ripiegare, fino alla liberazione).

La Benedicta prima dell’ esplosione

Dopo l’8 settembre 1943 nacque il CLN genovese. Gli esponenti dell’antifascismo storico della città si attivarono immediatamente per organizzare la Resistenza nella metropoli e sulle montagne: presto cercarono di individuare nell’Appennino ligure-alessandrino una base per l’ addestramento dei giovani partigiani e un possibile ricovero delle bande impegnate nella guerriglia. L’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia, fu prescelta come centro di raccolta e addestramento delle reclute partigiane.

 

Capanne di Marcarolo

Il territorio di Capanne di Marcarolo caratterizzato  dalla povertà di strade interne e dall’estensione boschiva sembrava offrire una certa sicurezza, soprattutto in una fase in cui occorreva organizzare più che agire. Nel contempo ci si era resi conto di come il settore del Tobbio, delimitato dalle importanti vie di comunicazione del Turchino e dei Giovi, fosse vulnerabile nel caso di una manovra d’accerchiamento in grande stile. Per questo fu deciso che le bande, trascorso il periodo d’ addestramento, avrebbero dovuto trasferirsi a ovest verso l’Acquese e ad est in Val Curone. Il trasferimento era stato fissato per la primavera del 1944.

Costituzione delle prime formazioni

Due nuclei di “ribelli” si erano aggregati spontaneamente nei giorni successivi all’armistizio:

il primo insediato a Pian Castagna, tra l’Erro e l’Orba, era composto da nove prigionieri di guerra, liberi dopo l’ 8 settembre e da tre militari italiani;

il secondo, attestato sulle falde del monte Porale, ad est della Val Lemme, era formato da otto russi, un jugoslavo e due italiani: Tommaso Merlo (Puny), di Voltaggio e Giuseppe Merlo di Bosio.

L’incarico da parte del CLN genovese di contattare questi gruppi venne affidato all’ingegner Agostini (Pietra o Ardesio), membro del triumvirato insurrezionale del PCI per la Liguria. Per questa ragione sul finire del mese di gennaio, agli uomini di Pian Castagna si unirono due studenti comunisti genovesi: Walter Fillak (Gennaio, poi Martin) e Giacomo Buranello, incaricati da Agostini di assumere il controllo politico e militare della banda.

Da subito i rapporti con la formazione di Merlo, ribattezzatasi “Banda di Voltaggio” risultarono difficili, a causa della manifesta refrattarietà del gruppo a ogni tentativo d’inquadramento politico. Solo ad ottobre inoltrato Merlo ricevette formalmente da Agostini la consegna di organizzare gli uomini confluiti nella sua zona; e solo alla fine dello stesso mese la “Banda di Voltaggio” ebbe il suo primo commissario politico: un militante comunista, G.B. Canepa (Marzo), entrato nella formazione insieme ad altri sei elementi genovesi.

Giacomo Buranello, studente alla facoltà di ingegneria dell’università di Genova, costituisce nel quartiere di Sampierdarena un primo gruppo di giovani comunisti, organizzando il Soccorso rosso e una tipografia clandestina. Nel marzo 1941 è chiamato al servizio di leva presso il 6° reggimento a Bologna e da lì inviato, con il grado di sergente, al 15° reggimento genio a Chiavari. Nel 1942 frequenta il corso allievi ufficiali a Pavia e, nuovamente destinato a Chiavari, continua la propria attività di propaganda antifascista. L’11 ottobre 1942 viene arrestato con i componenti del Comitato antifascista di Sampierdarena, tra cui anche Walter Fillak (Gennaio o Martin) da agenti di pubblica sicurezza e tradotto prima al carcere di Marassi, poi a quello di Massa Carrara e infine, in attesa di giudizio, a quello romano di Regina Coeli. Liberato il 29 agosto 1943, ritorna a Genova e riprende contatto con i membri del Pci. In ottobre gli viene conferito il comando del primo nucleo dei Gap, a capo del quale compie numerose azioni di sabotaggio in città. A gennaio, per sottrarlo ad un nuovo arresto, viene inviato dall’organizzazione clandestina in montagna, ove assume il comando del 1° distaccamento della 3ª brigata Liguria. Il 28 febbraio 1944 rientra a Genova con l’incarico di sostenere con azioni armate gli scioperi operai della prima settimana di marzo. La mattina del 2 marzo, mentre si trovava nel bar Delucchi di via Brigata Liguria con la compagna Neda Fiesole, è riconosciuto da alcuni agenti in borghese: uccisi due di essi, nel corso della fuga è catturato, dopo una colluttazione, da alcuni militi. Portato in questura è consegnato al commissario della squadra politica Giusto Veneziani dal quale è sottoposto ad incessanti interrogatori e violenze. La mattina successiva è stato fucilato presso il forte San Giuliano. Medaglia d’oro al valor militare.


Militari sovietici alla Benedicta

Nel corso del novembre 1943 i CLN di Acqui, Ovada e Novi approvarono il piano dei liguri e si impegnarono a collaborare con l’invio di viveri, denaro e uomini. Al momento però, l’afflusso di nuove reclute procedeva assai lentamente. Il dissenso nei confronti del fascismo sembrava dare esito per lo più a forme di resistenza passiva. L’ultimatum del 10 novembre, fissato dalle autorità della RSI per il rientro dei militari ai rispettivi reparti era stato largamente disatteso; una sorte analoga toccò ai bandi che chiamavano alle armi le classi ‘23, ‘24 e ’25.

Alla fine dell’autunno un nuovo nucleo partigiano si aggiunse a quelli già operanti sull’Appennino ligure-alessandrino, attestandosi nei pressi dei Laghi della Lavagnina. Era formato da una decina di operai liguri e da alcuni “sbandati”; aveva per comandante Edmondo Tosi (Achille, poi Ettore).

In tutto il settore si contavano così, una cinquantina di uomini armati malamente e pressoché inattivi. Trenta di essi si trovavano radunati nella “Banda di Voltaggio” e stazionavano all’Albergo Grande, una cascina che in passato era servita da essiccatoio di castagne.

L’arrivo di nuovi componenti, quasi tutti militanti comunisti mandati in montagna dalla federazione genovese, aveva acuito i termini del conflitto tra “politici” e “militari” (Merlo e Puny facevano parte del reggimento alpini). La diatriba attraversava l’ambito dei comportamenti quotidiani: Merlo e il Puny scendevano di frequente alle loro case; viceversa i comunisti stavano rigorosamente sul posto. Neppure l’arrivo del nuovo commissario politico, un operaio dell’Ansaldo (Mori), servì a stemperare i conflitti presenti in banda.

Nonostante le difficoltà, i partigiani riuscirono in qualche modo a qualificare più concretamente la loro presenza, soprattutto con colpi intimidatori contro i fascisti locali.

Queste immagini fanno parte di una piccola collezione di fotografie appartenute a PIERINA FERRARI “Milly”, staffetta partigiana, testimone del rastrellamento della Benedicta, donata a DON GIAMPIERO ARMANO, Presidente dell’ Associazione Memoria della Benedicta fino al 2018, anno della sua prematura scomparsa. La collezione delle fotografie di Pierina, fa parte oggi del Fondo Armano, il corpo di documenti che ha costituito le fonti di una vita di ricerche e studi di Don Giampiero Armano, donato per sua volontà all’ Associazione Memoria della Benedicta. Il fondo è stato riordinato grazie alla collaborazione dell’ Istituto storico per la Resistenza e la società contemporanea di Alessandria in collaborazione con la cooperativa “Arca”. Attualmente si sta procedendo alla sua digitalizzazione e pubblicazione all’ interno dell’ Archivio Digitale dell’ Associazione.

In questa fotografia Pierina è ritratta nel 1945 con FRANCO GONZATTI “Leo”, vice-comandante della III° Brigata Liguria.

Sotto un’ immagine di metà anni 70′, foto di gruppo scattata in occasione della Celebrazione dell’Anniversario della strage della Benedicta, il primo a sinistra è EDMUNDO TOSI “Ettore” comandante della III°Brigata Liguria.

A dicembre i carabinieri dell’ovadese cominciarono a perlustrare le vallate per individuare la dislocazione dei “ribelli” e ciò determinò alcuni spostamenti, anche di un certo rilievo, sul fronte resistenziale. La banda di Merlo lasciò l’area del Porale e per inerpicarsi sul Monte Tobbio: dopo qualche giorno trascorso in una costruzione abbandonata, ridiscese verso Voltaggio e si attestò alla cascina Cravara Superiore, per poi sciogliersi.

I genovesi si diressero, ripiegano verso i Laghi della Lavagnina; Merlo e il “Puny”, insieme ai russi e ad alcuni nuovi elementi, diedero vita a un’altra formazione: in pratica il primo embrione della futura “Brigata autonoma Alessandria”.

All’inizio di gennaio il nucleo di Fillak, dopo un breve periodo di permanenza fuori settore, raggiunse anch’esso i Laghi della Lavagnina, ricongiungendosi agli uomini di Tosi e alla frazione staccatasi dalla ex “Banda di Voltaggio” e con i tre gruppi qui radunati, una quarantina di uomini in tutto, si costituì la “III Brigata Garibaldi Liguria”: il comandante è Edmondo Tosi, il vice-comandante è Franco Gonzatti (Leo), commissario politico Rino Mandoli (Sergio Boerio). La sede del comando venne posta in un primo momento, alla cascina Brignoleto, mentre il grosso della formazione viveva sparso nei casolari intorno. L’inconsistenza dell’armamento non impedì che venisse subito compiuta un’azione contro un posto d’avvistamento aereo, situato sul monte Zuccaro.

I distaccamenti

Nei primi mesi del 1944 la “III Brigata Garibaldi Liguria” e la “Brigata autonoma Alessandria” aumentarono via via i loro effettivi. I bandi nazifascisti e in particolare, quello dell’8 febbraio noto come “bando Graziani”, indussero un numero crescente di giovani a salire in montagna; per la maggior parte di questi ragazzi il rifiuto del fascismo non era sfociato in un’adesione motivata e cosciente a una nuova ideologia, per lo più si trattava di un generico e istintivo rifiuto nei confronti della guerra.

Solo i pochi elementi più anziani, gli antifascisti di vecchia data, erano in possesso di una discreta preparazione politica. L’ingrossarsi delle file pose notevoli problemi; il primo era quello dell’acquartieramento dei vari contingenti. La zona del Tobbio e delle Capanne di Marcarolo non presentava grandi possibilità d’alloggiamento, essendo caratterizzata da un insediamento a case sparse, con abitazioni spesso molto distanti le une dalle altre. I vari distaccamenti vennero organizzati alla meno peggio in edifici disabitati o semi diroccati.

La Grilla era una casa di abitazione a due piani, parzialmente diroccata e pericolante e con un’ampia stalla, intervallata di circa dieci metri, che ci propone a prima vista un rifugio utile al momento per ripararci dalle intemperie. (…) Su questi ciottoli sistemiamo subito la lettiera, spargendovi quella poca paglia che abbiamo trovato nel fienile: sarà questo il nostro giaciglio mentre il guanciale lo rimediamo con lo zaino. (…) La posizione é ideale, ma l’isolamento in cui c i troviamo, (…) a ore di cammino dai più vicini distaccamenti, si farà sentire nei collegamenti e negli approvvigionamenti ». (De Menech, 4 975, pp. 46-47).

Questo è lo schema del dislocamento della formazione garibaldina alla fine dell’inverno 1944:

Capanne di Marcarolo: sede del comando,

20 uomini, com. Edmondo Tosi, com. pol. Pennello (Fino);

cascina Benedicta: sede delI’intendenza, 50 uomini, responsabili Emilio Guerra, Saverio De Palo (Macchi) e Luigi Bovone (Febo);

cascina Menta: I distacc., 100 uomini, com. Moro, comm. pol. Giovanni Sanetti (Ugo);

cascina Nuova: II distacc., 30 uomini, com. Maggi, comm. pol. Tullio Col la (Roberto);

cascina Poggio: III distacc., 50 uomini, com. Mitta, comm. pol. Francesco Rivara (Bruno);

cascina Palazzo: IV distacc., 80 uomini, com. Piero Martini (Giacomino), com. pol. Grca Cupic (Bo ro);

cascina Grilla: V distacc., 80 uomini, com. Emilio Casalini (Cini), com. poI. Carlo De Menech (Lindo);

cascina Cornaglietta: VI distacc., 60 uomini, com. Walter Fillak, comm. pol. Gaetano De Negri (Giuliano);

cascina Tugello: VII distacc., 20 uomini, com. Franco Gonzatti, comm. pol . «Lino»;

cascina Lombarda: VIII distacc., in via di formazione, 20 uomini, com. Andrea Scano (Elio), comm. pol. Giacomo Buranello (Pietra).

Cascina Benedicta

Cascina Menta

Cascina Poggio n.2

Cascina Palazzo

Cascina Cornagetta

Cascina Foi

In questo stesso periodo la Brigata autonoma Alessandria comandante Gian Carlo Odino , rafforzò la sua autonomia e salì a circa 200 effettivi, organizzando il suo comando presso la Cascina Roverno.

Anni 50′: Cascina Roverno

I problemi

Risolta in qualche modo la questione dell’alloggiamento, restavano aperti i problemi del vivere quotidiano. Il più urgente era quello del vitto: la distanza tra una cascina e l’altra intralciava il regolare approvvigionamento dei vari distaccamenti e non sempre l’intendenza era in grado di fornire un pasto a tutti gli effettivi. Spesso i partigiani riuscivano a rimediare solo un po’ di castagne e di brodaglia. Di fondamentale importanza fu la collaborazione dei contadini del posto, che dividevano con i “ribelli” il loro scarso cibo. L’altro nemico era il freddo dell’inverno appenninico, i cui rigori non potevano essere mitigati dal povero corredo di vestiti e coperte.

L’armamento infine, era estremamente ridotto: meno della metà degli uomini poteva disporre di un’arma, per lo più poco efficiente e con pochi minuti di fuoco a disposizione. A questa difficoltà si sperava di rimediare con gli aviolanci promessi dagli alleati; ma essi tardarono a venire, anche perché gli angloamericani erano restii ad armare e rifornire quelle formazioni che avevano un’orientamento ideologico marcatamente comunista; l’unico aviolancio effettuato in marzo, giunto dopo lunga attesa, non modificò di molto i termini della situazione.

Emilio Casalini “Cini” comandante del V° distaccamento della III° Brigata Liguria dislocato presso la Cascina Grilla è un militante comunista e un maestro elementare. Scrive Carlo De Menech, vice-comandante alla Grilla :” Ad un certo punto noi giovani sentiamo il desiderio di scrivere qualcosa che parli di noi, della nostra lotta, della Resistenza. Allora prende l’ iniziativa Cini, e comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impacchettare, in mancanza del tavolo utilizza una grossa pietra. Noi facciamo circolo intorno a lui, proponendo e suggerendo vocaboli e argomenti”. Nasce così “Dalle belle città”, l’ inno della Benedicta, come esercizio educativo dall’ idea di un giovane maestro partigiano. Cini sarà uno tra i fucilati a Voltaggio nel giorno 8 aprile 1943. 

Nonostante le difficoltà, i distaccamenti si sforzano di organizzare con una certa pianificazione la vita partigiana: i più esperti militarmente impartivano lezioni sull’uso delle armi e iniziò anche un paziente lavoro educativo. Venne allestita una vera e propria scuola, dove gli analfabeti imparavano a leggere e scrivere e i più giovani a conoscere la storia del fascismo. Lentamente anche i piccoli problemi del vivere quotidiano trovarono parziale soluzione: sarti e calzolai riadattavano vestiti e riparavano scarpe; mentre le rapide e frequenti puntate a fondovalle servivano a migliorare leggermente la qualità del vitto.

Eppure, malgrado gli indubbi progressi, ancora all’inizio della primavera le difficoltà degli uomini accampati nei pressi del monte Tobbio, rimanevano notevoli. Un buon numero di azioni era già stato portato a termine e tuttavia le due brigate erano ancora lontane dal possedere tutti i requisiti necessari per sostenere una guerriglia davvero rilevante ai danni del nemico. Nel mese di marzo fu lo stesso comando della III “Liguria” a rilevare “i propri errori e le proprie mancanze”, in un bollettino diffuso a tutti gli effettivi.

Soprattutto si denunciavano:

“L’insufficiente istruzione sull’impiego delle armi e degli esplosivi; sul modo di comportarsi in pattuglia e in distaccamento”; la trascuratezza del “lavoro politico ed educativo”, poiché “si combatte meglio quando si sa per quale fine si combatte”. Entrando più nel dettaglio le principali ragioni di preoccupazione erano individuate: nella “mancanza di ordine e coesione nelle squadre (…) di completa solidarietà in seno ai distaccamenti” nella “presenza degli opportunisti, troppo palesemente opportunisti” e nella “tendenza alla vita comoda”.Le conclusioni non erano delle più confortanti: “E’ ributtante, per esempio, vedere delle mense particolari e delle provviste personali. Arrischiamo assieme la vita e non vogliamo ancora dividere il nostro pezzo di pane casalingo”.

Come si può intuire, il massiccio afflusso di uomini saliti in montagna tra il febbraio e il marzo 1944 aveva nei fatti accresciuto il peso concreto delle differenze politiche, sociali, culturali, che sin dall’inizio intralciarono la crescita organizzativa del movimento partigiano. Il lavoro dei commissari politici, per insegnare ai giovani “ribelli” un’etica egualitaria e nuova, avrebbe richiesto molto più tempo di quanto non gliene concesse il rapido precipitare degli eventi.

Fotografia scattata il 25 marzo 1943 che ritrae 38 giovani di Serravalle Scrivia, di età compresa tra i 16 e i 22 anni: sono “i ribelli” della banda Odino, Brigata autonoma Alessandria.

II modo in cui il partigianato di questa fascia appenninica superò il difficile periodo invernale richiama la forte collaborazione con le popolazioni locali. II problema dei rapporti tra guerra di liberazione e mondo contadino é estremamente complesso, e tuttavia si possono brevemente accennare alcuni significativi aspetti di un atteggiamento caratterizzato da una solidarietà spontanea. La politica agraria del regime aveva colpito duramente i piccoli proprietari, gli affittuari e i mezzadri, generando un diffuso malcontento. Anche a Capanne di Marcarolo questo aspetto del fascismo si era mostrato, impersonificandosi nel fattore dei marchesi Spinola, signori e possessori di una vasta proprietà. Costui, fascista convinto, si rese autore di numerose ingiustizie e soprusi nei confronti dei fittavoli.

Bisogna poi considerare che quasi ogni famiglia aveva vissuto l’ esperienza della prima guerra mondiale, dove i giovani maschi, fondamentali per lo svolgimento dei lavori che garantivano il sostentamento della comunità, erano stati uccisi o mutilati. A nemmeno trenta anni, quella tragica esperienza si stava ripetendo, gli uomini erano chiamati alle armi, non mancavano i caduti e i dispersi sul fronte russo. Le donne, con a carico i bambini e gli anziani si trovavano nuovamente a dover compensare la mancanza del contributo necessario degli uomini per il sostentamento delle famiglie. Pertanto la quasi ovvia ostilità nei confronti dei nazifascisti si accompagnava a un moto di simpatia spontaneo, verso i giovani renitenti, che ricordavano alle umili famiglie rurali di Marcarolo, i figli e i parenti al fronte.

Basti citare, a questo proposito, il coraggio con cui gli abitanti di Marcarolo portarono soccorso ai partigiani feriti durante il rastrellamento; oppure la loro partecipazione attiva al recupero del materiale aviolanciato o ancora il loro contributo all’opera di recupero delle vittime dopo l’eccidio. In definitiva, resta l’evidenza di una collaborazione decisiva allo sviluppo e al sostentamento delle bande: collaborazione che neppure il terrore instaurato nella Settimana Santa del 1944 riuscì a debellare del tutto. Ed é anche con l’esistenza di questo retroterra solidale che si spiega la ripresa del movimento partigiano in questo settore, successivamente al rastrellamento e nonostante le atrocità da esso perpetrate.

Ordine del giorno della 3°brigata liguria, bollettino azioni svolte a marzo 1944

Istruzioni per dislocazione basi

Lasciapassare

Il rastrellamento

Pianificato dai comandi militari germanici di Genova e Alessandria, il piano scattò nella notte fra il 5 e il 6 aprile 1944. Lo schieramento nazifascista si componeva di parecchie migliaia di uomini armati: moltissimi tedeschi, un reparto di bersaglieri di stanza a Bolzaneto e quattro compagnie della GNR, tutti sotto il comando del colonnello Rohr.

Il grosso delle truppe fu lasciato a presidiare il fondovalle; mentre il compito specifico di sostenere i combattimenti in montagna venne affidato a circa tremila “alpenjager” armati di mortai, mitragliere, lanciafiamme, autoblindo e carri cingolati. Un aereo “Cicogna” guidava la spedizione, segnalando dall’alto la presenza dei “ribelli”. La manovra d’accerchiamento doveva isolare, in una sacca senza vie d’uscita, tutta l’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia. Cinque colonne motorizzate si mossero insieme, rispettivamente dai settori di Lerma, Carrosio e Voltaggio, Masone, Rossiglione e Campomorone.

Alle prime luci del mattino i fari degli automezzi nemici furono avvistati sulla strada di Voltaggio. Resosi finalmente conto delle dimensioni dell’offensiva, Odino ordinò ai suoi di ripiegare verso la Benedicta; a protezione dello sganciamento fu costituita una retroguardia di una trentina di elementi, armati di fucile e appostati sul monte Lanzone comandata da Merlo e Pestarino, la quale successivamente si spaccò in due tronconi: il primo rimase bloccato sulla cresta fra il torrente Roverno e il monte Tobbio, il secondo si ricongiunse con il resto della formazione.

Nel frattempo le colonne partite dal versante ligure avevano rotto lo sbarramento dei russi, sopra i Piani di Praglia, e si dirigevano alle Capanne di Marcarolo, dove si trovava il comando della III “Liguria”. Nella stessa direzione si erano mosse alcune staffette partigiane, inviate per ricevere da Tosi le direttive necessarie: arrivarono nella località un po’ prima dei tedeschi, ma non trovarono più nessuno. Prive di un collegamento operativo, le formazioni garibaldine rimasero abbandonate a se stesse: la maggior parte degli uomini si disperse, cercando individualmente la via della salvezza. Soltanto il II, il IV, il V e il VII distaccamento mantennero una certa unità di movimenti, attestandosi rispettivamente nei pressi del monte Colma, dei Laghi della Lavagnina e del monte Tugello.

Don Franco Repetto

Salme dei caduti alla Benedicta

Recupero salme alla Benedicta

Trasporto caduti verso il fondovalle: dopo la Liberazione, le salme dei giovani fucilati, furono riesumate e trasportate presso i paesi di origine.

Trasporto dalla Benedicta verso il fondovalle

Una sorte ben peggiore toccò a molti dei componenti della “Brigata Alessandria”. Verso le ore 13 del 6 aprile i tedeschi arrivarono alla Benedicta, fecero irruzione nella sede dell’intendenza partigiana e riuscirono a catturare qualche ragazzo disarmato. Alla stessa cascina giunse, non molto tempo dopo, un plotoncino di autonomi, che sotto la guida di Pestarino aveva assunto il ruolo di pattuglia avanzata della marcia della formazione. Ignari di ciò che li attendeva, questi partigiani non poterono fare altro che arrendersi e consegnarsi nelle mani dei nazisti. II resto del gruppo, messo sull’avviso dagli spari e dalle urla, si rifugiò in una grotta poco distante, detta «Tana del Lupo». Sul finire del pomeriggio, il nascondiglio fu scoperto: altri quaranta uomini, andarono a ingrossare il numero di prigionieri radunati nell’antica cappella della Benedicta.

All’alba del 7 aprile cominciarono i preparativi del massacro. Gli uomini, condotti dapprima nel cortile della cascina per essere spogliati di tutti i loro effetti personali, furono trascinati sul sentiero che porta al torrente Gorzente e vennero passati per le armi, a gruppetti di cinque, da un plotone di bersaglieri. A sera tra gli autonomi e i pochi garibaldini che si trovavano all’intendenza, si contarono settantacinque cadaveri. I loro corpi furono gettati in fosse comuni, insieme a quelli di altri ventidue compagni, giustiziati nelle immediate vicinanze. L’idea di riparare alla Benedicta si era rivelata una trappola senza scampo e qui una buona parte della Brigata “Alessandria” aveva trovato la fine.

Della formazione autonoma solo il piccolo nucleo di Merlo riuscì a portarsi fuori della zona calda e a salvarsi, attraversando il Lemme dopo due brevi soste alla cascina Carrosina e ai Molini di Voltaggio.

Verbale che certifica i nomi e il numero dei caduti a Voltaggio

Nella notte tra il 7 e l’8 aprile il rastrellamento proseguì con immutata intensità e investì anche diversi componenti della III «Liguria» lasciata quasi indenne dalla prima fase dell’operazione. Trenta partigiani del V distaccamento che sotto la guida di Emilio Casalini (Cini) erano riusciti a sganciarsi dalla cascina Grilla al monte Orditano, vennero sorpresi in cammino nei pressi del monte Figne: catturati, furono tradotti a Voltaggio per essere giudicati da un tribunale di guerra.

A Masone, invece, furono concentrati una quarantina di uomini, rastrellati tra Campo Ligure e Rossiglione. L’entità dell’eccidio continuava ad accrescersi. Già nel corso della nottata altre ventuno vittime si aggiunsero a quelle della Benedicta: quattordici ragazzi, pressoché inermi, furono trucidati a Passo Mezzano, e un’analoga sorte conobbero i componenti di una piccola squadra di sette “ribelli” caduti in un’imboscata tra Cravasco e i Piani di Praglia per poi essere giustiziati a Isoverde.

Le esecuzioni proseguirono durante la giornata successiva: a Villa Bagnara presso Masone, caddero tredici dei quaranta prigionieri di Masone; a Voltaggio, invece, furono fucilati cinque autonomi e tre garibaldini, tra cui Emilio Casalini (Cini), comandante del V distaccamento. Era la vigilia di Pasqua e i morti superavano ormai abbondantemente il centinaio. Tre giorni dopo, l’11 aprile, sempre a Voltaggio si registra il massacro di altri otto appartenenti alla Brigata “Alessandria”; e questo quando già le forze tedesche avevano ricevuto l’ordine di abbandonare il settore e rientrare in sede.

È assai difficile fare un computo totale delle vittime. Alle centoquarantasette esecuzioni “regolari” bisognerebbe aggiungere i caduti in combattimento e i contadini della zona trucidati per pura rappresaglia.

E come non collocare sulla stessa onda di atrocità le centinaia di deportati che non faranno mai più ritorno a casa. Sono più di quattrocento coloro che sono partiti alla volta dei campi di Gusen e Mauthausen. Dopo la Strage i comandi germanici avevano promesso clemenza a chi si fosse presentato di sua spontanea volontà: molti caddero nel tranello subendo la deportazione verso i campi nazisti.

La barbarie nazista non risparmiò neppure i casolari che avevano ospitato i partigiani: un trattamento particolare fu riservato al complesso della Benedicta, minato e fatto esplodere.

L’operazione della Benedicta ebbe una funesta appendice nell’eccidio del Turchino: il 19 maggio 1944, dopo oltre un mese trascorso in prigionia alla Casa dello Studente di Genova, diciassette partigiani, autonomi e garibaldini catturati tra il 6 e il 7 aprile, furono fucilati insieme ad altri quarantadue prigionieri politici. In questa rappresaglia trovarono la morte Walter Ulianowski e i due comandanti della “Alessandria”, Odino e Pestarino.

La casa dello studente di Genova, questa scheda fa parte del Catalogo generale pubblicato dalla casa della Resistenza di Bolzaneto

Con il rastrellamento della Settimana Santa i nazifascisti avevano inteso non solo smantellare le formazioni che con la loro presenza minacciavano direttamente la Grande Genova e il Basso Alessandrino, ma anche infliggere un duro colpo a tutto il fronte resistenziale. L‘annientamento dei partigiani dell’Appennino ligure-piemontese avrebbe dovuto servire da deterrente per tutti i giovani intenzionati a prendere la via della montagna e della lotta armata; e se ciò non fosse bastato, le violenze contro le popolazioni avrebbero dovuto fare terra bruciata intorno ai “ribelli”, rompendo con il terrore il filo rosso della solidarietà tra combattenti e civili, che si andava, faticosamente ma inesorabilmente, tessendo.

Nei fatti l’operazione sortì l’effetto opposto, trasformando in ostilità e in odio aperto la diffidenza già diffusa nei confronti dei repubblichini e delle truppe tedesche. Ormai non c’era più alcun dubbio su quale fosse il vero nemico. Così, contrariamente a quanto speravano i comandi germanici, i mesi successivi alla strage segnarono la graduale riscossa del fronte partigiano. I giovani che chiedevano di entrare in banda anziché diminuire aumentarono; molte volte furono gli stessi sopravvissuti all’eccidio i principali artefici della ripresa. Nei mesi successivi nella zona del Tobbio sorsero nuove formazioni. Dal punto di vista strettamente militare si registrarono dei progressi significativi: in primo luogo il rischio dei rastrellamenti venne valutato con maggiore accortezza; tant’è che il comando generale della Brigata Garibaldi diramò delle istruzioni tattiche da seguire contro i rastrellamenti, in cui si faceva tesoro dell’esperienza dell’aprile 44′. Nella nuova fase lo schieramento si allargò verso il Novese e il Tortonese, dove nacquero le cosiddette “Brigate di pianura” e verso la Val Borbera, dove operò la Divisione “Pinan-Chichero”, i cui uomini si distinsero per la preparazione politica e militare.

La Benedicta segnò, quindi, un momento di svolta nella storia della Resistenza ligure-piemontese. Nei giorni successivi all’eccidio venne diramato un proclama che, nel nome dei martiri, richiamava alla Lotta armata contro i nazifascisti e rilanciava l’esigenza di una solidarietà tra partigiani e civili.

GRCA CUPIC “Boro” , commissario politico del 4° distaccamento presso Cascina Palazzo , scampato al rastrellamento della Benedicta , sfila per strada durante la liberazione di Genova , è il 25 aprile 1945.

“II nemico (…) ha creduto di annientare con terrore non solo le nostre formazioni armate, ma cancellare nello spirito ogni idea di riscossa, (…) fucilando e bruciando vivi nelIe case contadini e patrioti assieme, il nemico ci ha uniti per sempre nel la lotta per la liberazione.

Bisogna essere degni di chi é caduto

Bisogna vendicare i compagni così selvaggiamente trucidati. (…) Tutto ciò segna il limite massimo a cui poteva giungere il nemico. La nostra Stalingrado é giunta, occorre passare alla riscossa”.

Bibliografia e fonti:

Benedicta 44′ , l’ evento e la memoria – Borioli, Botta 1984

Archivio digitale Anpi Pontedecimo

Archivio di Don Giampiero Armano