Don Andrea Gallo (“il Gallo”) accompagna ormai da diversi anni il nostro viaggio tra la storia, la memoria e il presente. Un viaggio attraverso il quale cerchiamo di collegare la lezione rintracciabile nel passato recente delle comunità che si trovano al di qua e al di là dell’Appennino ligure-piemontese. In particolare, quella lezione che più si ricollega alla vicenda della guerra partigiana e al tragico eccidio di giovani combattenti per la libertà, con il quale tedeschi e fascisti insanguinarono la “Benedicta” e un vasto insieme di località ad essa circostante.
Con questa dura e gloriosa pagina di storia, Don Andrea Gallo ha molto a che fare per una molteplice sequenza di ragioni. Perché fu anch’egli, seppur giovanissimo, “partigiano”. Staffetta partigiana, per la precisione, nel quadro della formazione guidata dal fratello più grande. Perché quell’esperienza di lotta se l’è sempre portata sulle spalle, in tutta la sua vita e la sua lezione successive, traducendone e rinnovandone il significato nell’impegno coraggioso e instancabile a favore degli esclusi: e per la loro inclusione nel campo pieno dei diritti sanciti dalla Costituzione. Che della Resistenza è il frutto più maturo: tanto attuale quanto in molte parti inattuato.
E, infine, perché è al cimitero di Campo Ligure che “il Gallo” riposa, di fianco alla madre. Nel paese che costituisce uno dei punti di attacco più importanti per la salita verso le “Capanne di Marcarolo” e i ruderi della “Benedicta”, che i nazifascisti distrussero al termine della strage compiuta in quella Settimana Santa del 1944.
Da questo grumo di eventi e significati è scaturita alcuni anni fa, d’impulso della locale sezione dell’ANPI e del Comune, l’idea di dedicare ogni anno a Don Andrea Gallo, un evento intitolato “Gallo in Campo”, nell’ambito del quale articolare momenti di diversa natura: raccoglimento, approfondimento, intrattenimento. Tra i quali, negli ultimi tre anni, ha trovato posto ed evidenza il “premio” intitolato a Don Gallo, assegnato il primo anno alla più importante delle sue creature, la Comunità di “San Benedetto al Porto”; il secondo anno a Dori Ghezzi, quale testimone diretta dell’intenso rapporto che legò Andrea a “Faber”; e quest’anno alla memoria di Carlo (“Carlin”) Petrini.
A questo sintetico quadro di contestualizzazione, con il quale si tenta sommariamente di spiegare la ragione profonda che lega l’Associazione “Memoria della Benedicta” alla lezione di Don Andrea Gallo, va aggiunta ora, in questo 2026, una tessera ulteriore. Il 2026 è l’anno in cui ricorre il 25° anniversario del G8 di Genova. Un evento di valore paradigmatico cruciale: nel corso del quale, si determinò con dura e violenta evidenza lo scontro tra la deriva disugualitaria di un modello di sviluppo fondato sulle disuguaglianze e sulla distruzione delle risorse ambientali e la volontà di cambiare rotta al destino dell’umanità, verso un “altro mondo possibile”.
Un mondo che diventa così teatro globale della lotta per quegli stessi diritti di uguaglianza, inclusione, libertà e dignità che sostanziano la nostra Carta fondamentale, ma il cui perseguimento non può più essere limitato a una battaglia da svolgersi alla sola dimensione nazionale ma deve necessariamente assumere un livello globale. Come diceva Don Gallo una battaglia per “la globalizzazione dei diritti”.
Per tutte queste ragioni, contingenti e profonde al tempo stesso, abbiamo ritenuto di dedicare a Don Andrea Gallo due dei momenti più rilevanti della nostra attività annuale: il primo, quello programmato nella prima parte della “Serata Benedicta” di questo 2026, svoltasi, secondo consuetudine, ad Alessandria presso l’Associazione “Cultura e Sviluppo”, il 2 aprile scorso; il secondo quello inserito nell’annuale rassegna “Gallo in Campo”, tenutasi a Campo Ligure il 12 luglio 2026.
Entrambi i contributi che qui pubblichiamo hanno come autore il Professor Giorgio Barberis (Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali (DIGSPES) dell’Università del Piemonte Orientale), che in entrambe le occasioni ha dialogato con Fabio Scaltritti, Responsabile della “Casa di Quartiere” di Alessandria (una delle più significative esperienze generate dalla Comunità di San Benedetto al Porto) e Daniele Borioli, Presidente dell’Associazione “Memoria della Benedicta”. Il primo contributo, Don Andrea Gallo e il Carmine: in cammino verso l’utopia, è il saggio dello stesso Giorgio Barberis contenuto negli atti del Convegno: La politica cattolica tra riforma e tradizione. Gruppi e figure della Genova del post-Concilio (a cura di Andrea Catanzaro, Alberto de Sanctis, Carlo Morganti, Davide Suin), pp. 131-143, Napoli, Editoriale Scientifica, 2025. Il secondo contributo è la trascrizione dell’intervento da lui pronunciato il 12 luglio 2026 a Campo Ligure, Don Andrea Gallo: Resistenza e Costituzione, in cammino verso l’utopia.
A questo secondo contributo sono anteposte alcune brevi note di saluto e introduttive, a cura dello stesso autore, utili a definire il contesto e il percorso dai quali è scaturita la riflessione tenuta nell’ambito della manifestazione “Gallo in Campo”.
*Il titoletto apposto a questa breve prefazione posta in premessa alla pubblicazione degli interventi di Giorgio Barberis, è con molta evidenza allusivo al titolo dell’album degli Yo Yo Mundi Partigiani Sempre!, La Nota, 2023, un libro/CD realizzato con il concorso della nostra Associazione “Memoria della Benedicta”, e che ha visto la preziosa partecipazione dello scrittore Massimo Carlotto e del musicista Maurizio Camardi. Lo riteniamo perfetto a fissare in un flash la figura e la vita di Don Andrea Gallo.
Associazione “Memoria della Benedicta”
Bosio, 29 agosto 2026
Don Andrea Gallo e il Carmine: in cammino verso l’utopia
Giorgio Barberis
Vorrei anzitutto ringraziare chi ha organizzato il convegno, e quindi l’Università di Genova, il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali, in particolare il prof. Alberto de Sanctis e tutto lo staff che ha lavorato magistralmente all’iniziativa. E grazie a coloro che hanno preso parte a questo autorevole consesso.
Devo confessare preliminarmente che sono un po’ emozionato, e mi capita assai di rado; lo sono, evidentemente, per il tema che mi è stato chiesto di trattare, In effetti, non è facile per me parlare di don Gallo, a cui mi univa — come subito dirò — un rapporto di amicizia, ammirazione e profondo rispetto.
Precetto, altresì, che mi muovo con una certa circospezione in questa realtà che non e propriamente la mia. Non sono di Genova, e conosco solo in parte la storia recente di questa magnifica città. Vengo da Alessandria, ho studiato filosofia politica, in particolare Hegel e Marx, e filosofia della storia a Torino. L’interesse per il cristianesimo è risalente, almeno ai tempi del mio dottorato, quando ho dedicato molti anni di ricerche a Louis De Bonald e ai controrivoluzionari cattolici francesi di primo Ottocento. Ma solo piu recentemente mi sono avvicinato allo studio del cristianesimo del dissenso, alla Teologia della Liberazione e in particolare a due figure straordinarie come Ivan Illich [1926-2002], l’implacabile critico dello “strumento” capitalista e fautore della società conviviale’, e padre Camilo Torres f1929-1966], e/ cii.rà gtierri’llero che, alla metà degli anni Sessanta del Novecento, per reazione alle clamorose disuguaglianze economiche e sociali di una Colombia e di un continente iberoamericano nelle mani di potenti e inscalfibili oligarchie, aveva scelto di unirsi all’E-sercito cli Liberazione Nazionale e la via della lotta armata per realizzare nella sua radicalità il messaggio evangelico. Sapeva di andare incontro alla morte, ma lo ha fatto con grande consapevolezza e senza esitazioni.
1-Per un’analisi introduttiva del pensiero illiciano e per i relativi riferimenti bibliografici, rimando a G. BARBERIS, Il pensiero di Ivan Illich tra patogenosi della modernità e pensiero critico vol. II, Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989, Milano, 2011, 771-785.
E proprio Liberazione o morte.! si intitola una raccolta dei suoi scritti, pubblicata da Feltrinelli nel 1968 (due anni dopo l’uccisione di Camilo in uno scontro a fuoco con l’esercito colombiano); antologia, per inciso, che ho avuto l’onore di rieditare nel 2020 per le edizioni Oaks 2. In lui la passione e il rigore per lo studio e l’analisi dei dati in una prospettiva sociologico si sposava con un cristianesimo radicale che presuppone la creazione di una società giusta ed egualitaria già sulla Terra, a immagine e somiglianza del Regno di Dio. La lotta contro l’imperialismo nordamericano e l’oligarchia dominante, che passa attraverso l’aggregazione delle masse oppresse, è un imperativo etico, al quale il cristiano non può sottrarsi: per combattere l’ingiustizia, i veri fedeli di Cristo non solo possono partecipare alla rivoluzione, ma hanno l’obbligo morale di farlo’. Una posizione molto discussa e molto criticata, ma che ancora oggi ci interroga: come si deve comportare un cristiano di fronte all’ingiustizia? Come deve reagire? Che cosa deve fare?
Questi accenni, evidentemente, hanno un nesso con il ragionamento che svilupperò di seguito, e pertanto non mi sono sembrati inappropriati. Ma ora torniamo al tema assegnatomi. Dicevo, dunque, che non posso celare una certa emozione. In effetti, ero molto legato a Don Andrea Gallo, avevo una grande stima per lui e ho avuto modo di incontrarlo e di parlargli in molteplici occasioni. Quando “hanno rubato i’l prete al Carmine” io neppure ero nato, ma poi nel tempo la sua figura mi è divenuta sempre più familiare, fino a essere per me (come per moltissime altre persone) un riferimento davvero prezioso.
Era spesso in Alessandria, il luogo da cui provengo e in cui risiedo, nel quale la sua Comunità aveva — e ha tuttora — una presenza molto significativa. Parecchi miei amici lo avevano frequentato, alcuni erano stati per un periodo più o meno lungo nelle sue comunità in provincia, ed era diventato per certi aspetti uno dei protagonisti della vita politica, culturale e sociale della città.
Di lui molto si è detto e molto si è scritto e chi l’ha incontrato porta con sé un ricordo personale, forte, “definito”, che dà spesso la sensazione
2-Per una sintetica ricostruzione della vicenda umana e politica mi permetto di rinviare a G. Barberis “Il dovere della rivoluzione. Ricordando Padre Camilo Torres, in «Historia Magistra», n . 20-2016, 11-15, e — appunto — all’ampia introduzione alla nuova edizione di C. TORRES, Liberazione e morte!, Milano, 2020, a cura di G. Barberis — F. INGRAVALLE, I XXXIV.
3-Si veda C. Torres, La revolucion, imperativo cristiano, 1965.
di avere colto l’essenza della sua figura carismatica. In realtà potremmo dire che ognuno ha il “suo” don Gallo, e anche io — evidentemente — ho il mio, e ne parlerò con piacere in questo piccolo contributo.
Egli sapeva unire carisma e giovialità, empatia e capacità di ascolto verso chiunque, pensiero critico (e pure autocritico) e una certa ortodossia (imprevedibile per un prete “ribelle” come lui), financo con qualche punta di rigidità, come vedremo. Aveva doti eccezionali e ha fatto cose eccezionali, e dunque mi pare più che opportuno ricostruire la sua figura in chiave storica, ripercorrerne i momenti fondamentali della formazione e della sua esistenza fino ad arrivare agli ultimi anni, che sono quelli di una grande notorietà pubblica e di un riconoscimento sempre più vasto. Su don Andrea c’è forse troppa aneddotica, mentre al centro dell’attenzione ci devono stare la sua testimonianza di fede e di impegno, il suo pensiero (radicale e illuminato) e i suoi obiettivi concreti, A guidarne l’azione non c’ò solo la solidarietà, ma anche la capacità di accogliere. “Accoglienza” significa condivisione, compartecipazione al dolore che pervade l’altro; il “sentire con” e il “camminare insieme”, ricercando la via giusta e le risposte attese lungo il percorso (secondo il metodo zapatista del “Caminar preguntando”, che a mio parere rimane una delle soluzioni migliori all’incertezza in cui oggi rischiamo di naufragare).
Il suo punto di vista é sintetizzato icasticamente così: «Educare, non punire, non proibire» (e infatti, come noto, fu sempre un convinto anti-proibizionista). Il suo fine costante è stato quello di trasformare radicalmente lo Status quo’, di giungere alla “liberazione integrale dell’uomo”
Qui si coglie un richiamo diretto alla Teologia della Liberazione, che
A ciò univa doti carismatiche e capacità comunicative fuori dal comune. Sapeva farsi ascoltare e capire da tutti — dall’ultimo dei suoi “drogati di merda” (come diceva provocatoriamente) fino al primo dei cardinali
A ispirarlo nel profondo, sempre e comunque, il Vangelo — «Ama il prossimo tuo come te stesso» — ch’egli non disgiungeva mai, come detto, da un costante impegno politico volto alla partecipazione democratica.
Non voglio, però, farne un “santino”. Lui di certo non avrebbe gradito. Vorrei solo dare il mio modesto contributo a far piena luce su questa figura straordinaria, come già hanno fatto molte/i altre/i prima di me. Sono ormai parecchie — infatti — le pubblicazioni su di lui, e tra le tante ne cito solo alcune, che mi sono state particolarmente utili nel preparare questa mia riflessione, scusandomi con coloro che non ho la possibilità di richiamare qui.
Anzitutto i libri di Anna Raybaudi, che con i suoi testi fornisce un’ampia e assai documentata testimonianza del percorso umano e spirituale di don Andrea, di cui ella e stata stretta collaboratrice dal 1973 al 2013′. Poi, i precedenti volumi di Fabia Binci e Paolo Masi, Il fiore pungente – Conversazioni con don Andrea dallo, e di Bruno Viani, Prete da marciapiede. Diversi i contributi dello scrittore genovese Federico Traversa‘, autore di testi su don Gallo o firmati insieme a lui. E infine, mi piace menzionare anche un singolare (e suggestivo) racconto sotto forma di fumetto della personalità e dello “spirito” di don Andrea realizzato da Claudio Calia, Allargo le braccia e i muri cadono. Don Gallo e i suoi ragazzi.
Ora, proprio da una pubblicazione prendo le mosse. Non uno dei molti volumi su don Gallo, bensì uno firmato direttamente da lui. Un libro bellissimo, fin dalla scelta del titolo. Mi riferisco naturalmente — in molti lo avranno capito — ad Angelicamente anarchico. Autobiografia [Mondadori, Milano 2005]. Un testo pieno di saggezza, di umanità, di vita. Ho avuto il piacere di presentarlo e di recensirlo in diverse riviste, e ho tratto proprio da quelle pagine la proposta stessa del titolo della mia relazione odierna.
4 –A. RAYBAUDi, Don Gallo e l’Internazionale della speranza (Documenti, epistolari e carteggi inediti raccontano don Gallo e la Comunità di san Benedetto al Porto), Genova 2019, e Don Andrea Gallo. Una testimonianza di vita, fede, pratiche, significati, Genova 2023,
5-F. BINCI — P. MASI, Il fiore pungente— Conversazioni con don Andrea Gallo, Arenzano 2000, e B. VIANI, Prete da marciapiede, Genova 2002.
6-Tra i tanti, ricordi il più recente: F.Traversa Su la testa! I miei anni con Don Andrea Gallo, Vicenza 2021.
7-C. CALIA, Allargo le braccia e i muri cadono. Don Gallo e i suoi ragazzi, Milano 2023 .
Difendendo l’azione spontanea e generoso dei movimenti new global e di tutti quei nuovi soggetti impegnati nella costruzione di una società più giusta, don Gallo, richiamando le parole di Edoardo Galeano, a un certo punto ricorda: «L’utopia sta all’orizzonte, mi avvicino di due passi, lei si allontana dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungo mai. Quindi, a che serve l’utopia? Serve a questo: a camminare».
Tantissime persone sono già in cammino. Sono passate da Genova e dalla tremenda esperienza del G8 assassino, sono passate dal Forum sociale di Porto Alegre e attraversano il nostro tempo, sempre più inquieto e cupo, adoperandosi per costruire un altro mondo possibile. Un mondo più libero e più solidale, senza Servi ne Signori, senza più violenza né coercizione. Un’utopia? Forse. Ma contro un sistema che sacrifica decine di migliaia di persone ogni giorno e prospera grazie a umilianti disuguaglianze è assolutamente necessario fare qualcosa. Pensare a agire altrimenti. Per questo mi è parso opportuno far riferimento da subito al Gallo in cammino verso l’utopia, con tutta la sua vasta “comunità”.
E cosa c’entra il Carmine? Come certamente sapete tutte/i, il Carmine c’entra parecchio, perché è lì che quelle “tracce” sono andate definendosi, proprio negli anni del post-Concilio.
Ma procediamo con ordine.
Don Andrea Gallo nasce come secondogenito a Genova il 18 luglio 1928 da Francesco, cantoniere delle Ferrovie dello Stato a Sampierdarena, e da Maria Tomasina Oliveri (la “Mascina”), casalinga di salda fede cattolica, originaria di Campo Ligure, il Paese a cui egli rimase sempre legato e ove ora riposa.
A 15 anni, sepolta la giovanile ed effimera infatuazione per il fascismo, incontra la Resistenza grazie al fratello Dino, entrato nel ’43 a far parte di una brigata cattolica Sap — le Squadre di Azione Patriottica —, poi chiamata “Paolo Cozzo”. Andrea fa il portaordini, e soprattutto impara ad amare presto la pace e la libertà.
La vocazione, invece, non è particolarmente precoce. Egli frequenta l’istituto Don Bosco a Sampierdarena e a partire dal 1948 vive l’esperienza del suo noviziato tra i salesiani, con una solida (e mai rinnegata) passione per lo sport (e per il calcio in particolare) come forte elemento di aggregazione, educazione e integrazione.
Studia a Roma, e poi — da novembre 1953 a maggio 1954 — è in Brasile a San Paolo, animato da spirito missionario. Ma presto decide di rientrare in Italia. Intorno a questa scelta c’è qualche incertezza. Persone molto vicine a lui mi hanno raccontato che don Gallo viveva male l’esperienza di vita brasiliana; a disturbarlo, in particolare, le aspre disuguaglianze, il rapporto della gerarchia ecclesiastico con il potere e una prospettiva quasi “colonialista” della Chiesa nella quale egli non si riconosceva.
Rientrato in Italia prosegue i suoi studi tra diritto, filosofia e teologia. La sua preparazione era molto solida, anche se non ostentava mai il suo sapere. In particolare, frequenta l’istituto teologico di Bollengo fino al 1959. Il 1º luglio di quello stesso anno é ordinato presbitero da sua eminenza monsignor Secondo Chiocca nella Chiesa dei salesiani a Sampierdarena e subito inviato come cappellano sulla Nume Officina Garaventa, istituita nel 1893 da Nicolò Garaventa e ormeggiata al porto di Genova: una sorta di riformatorio dalle regole molto severe per ragazzi dai 10 ai 21 anni, diciamo piuttosto irrequieti. Nel ruolo, complesso, non adotta un approccio punitivo o coercitivo, come tradizione vorrebbe, ma applica una pedagogia nuova, aperta, umana, per certi aspetti ‘paritaria’.
Con i giovani della Nave Scuola riesce così a impostare rapporti di fiducia e amicizia, ma nel ‘63 viene richiamato all’istituto di Sampierdarena e, dopo poco tempo, decide di lasciare la congregazione dei salesiani, non avendo sufficienti spazi di autonomia.
Nel 1965 il cardinal Giuseppe Siri lo invia, dopo una brevissima ma importante esperienza come cappellano nel carcere di Capraia, alla Chiesa del quartiere del Carmine nella veste di viceparroco (il parroco è don Emilio Corsi). Inizia così una nuova straordinaria avventura, in una zona molto particolare della città, abitata e frequentata da classi sociali assai eterogenee, ben distinte tra loro ira unite da questo ‘strano’ prete (così diverso dagli altri, allegro, alla mano, molto comunicativo, e soprattutto capace di ascoltare e di cogliere i problemi veri’ delle persone).
Sono anni vivacissimi, in cui don Gallo, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano Il (che si chiudeva proprio nel dicembre del ‘65), propone riflessioni, omelie e iniziative che suscitano grande interesse, partecipazione, dibattito, ma anche contrasti, sospetti e (false) accuse. Lo ascoltano e lo seguono in tanti, dagli studenti agli operai, dai camalli agli scout. A far discutere la sua scelta di unire la fede e l’attenzione alla
8- Arcivescovo dal 1946 — lo sarà fino al 1987 — e figura chiave del cattolicesimo conservatore, Siri fu in costante rapporto “dialettico”, per usare un eufemismo, con don Andrea, ma sempre nel reciproco rispetto.
dimensione politica e sociale, la liturgia e il puntuale commento critico all’attualità, sempre ispirato a una lettura radicale e progressiva dei Vangeli (che sono — a parere suo e anche a parere mio — dei testi letteralmente eversivi). La sua presenza diviene molto ingombrante e scomoda. Le sue parole in difesa di studenti e ragazzi sorpresi a fumare hashish, contestuali alle vibranti accuse contro le narcomafie, sono la goccia che fa traboccare il vaso.
La decisione della Curia é presa: nell’estate del 1970 don Gallo è rimosso dalla Chiesa del Carmine, tra lo sconcerto e la mobilitazione della maggior parte dei parrocchiani. L’1 e il 2 luglio migliaia di persone scendono in piazza in sua difesa, raccogliendo in poco tempo quasi 2500 firme a suo sostegno. Compaiono cartelli polemici con scritte a mano assai eloquenti: «Il miglior Gallo è quello che tiene il becco chiuso»; «Non si rifiuta il prete, si rifiutano i diseredati del quartiere». Di queste spontanee manifestazioni di protesta parlano parecchi giornali, tra cui addirittura «Le Monde», il quotidiano più autorevole in lingua francese (oltre a «L’Espresso», «Panorama», «Gente», «11 Lavoro», «L’Unità»). L’ampio articolo de «Il Secolo XIX» del 2 luglio, firmato da Giuliano Crisalli, si conclude così: «Sugli scalini della Chiesa un ragazzo di dieci anni piange-va sconsolatamente. Al vigile che gli chiedeva che cosa gli fosse successo, ha risposto: mi hanno rubato il prete».
Grazie a Stefano Bruzzone, e alle molte persone che hanno collaborato con lui, “Mi hanno rubato il prete” diventa una manifestazione di quartiere che si ripeterà dal luglio 2007 per ben dodici edizioni. Un evento tra memoria, aggregazione e cultura (a cui don Gallo partecipava sempre volentieri); una manifestazione che é diventata anche una mostra testimoniale delle foto e dci giornali dell’epoca, una canzone, un cortometraggio, un murales, un progetto di riconoscimento storico e culturale in un luogo speciale testimoniato dall’archivio fotografico di Giorgio Bergami.
La Curia, però, anche se non la motiva ufficialmente, non muta la propria decisione, e non ascolta le proteste. Don Gallo viene destinato come parroco a Capraia — secondo il ben noto principio del promoveatur ut amoveatur – ma egli rifiuta ed inizia un periodo duro di incertezza sul proprio destino, sebbene chiarissimo negli orientamenti di fondo: sempre dalla parte dei deboli e contro i “poteri forti”. La sua storia alla parrocchia del Carmine, comunque, si chiude in modo brusco. Evidentemente — questa era in fondo anche la sua convinzione — la Provvidenza aveva per lui altri piani, E infatti, con molta chiarezza, egli disse: «Quello sradicamento dal Carmine é stato proprio la radice del mio apostolato».
Mi sembra opportuno, a questo punto, fare un inciso sul rapporto tra don Gallo e la Chiesa. Egli non rinuncia mai al suo spirito critico, ma è anche obbediente alla gerarchia. Si ricorda in proposito una sua frase molto efficace: «Se il mio cardinale mi dice di uscire con una pentola per cappello, io esco con la pentola in testa, ma se mi dice che la parrocchia che ospita la mia comunità non deve essere frequentata da masnadieri, trasgressivi e disperati, gli dico che si rilegga il Vangelo».
Nonostante incomprensioni e ostacoli di varia natura, don Gallo volle sempre rimanere nell’Istituzione ecclesiastica; come racconta Lilli Zaccarelli, che lo ha affiancato dal 1980 in poi, egli della Chiesa diceva: «E la mia casa, e io sono come un figlio che bisticcia con i suoi genitori», Riferendosi nello specifico a quel periodo turbolento dell’estate del 1970 il Don mi ripeté un giorno — in un colloquio personale che non ho mai dimenticato — una sua bellissima frase, che avevo già avuto modo di leggere in altra occasione: «Mi chiesero di scegliere tra obbedienza e rovina. Io scelsi l’obbedienza, e per loro fu la rovina».
In che senso? Cosa intendeva dire? Lasciamoci alle spalle quegli anni “formidabili” e ricordiamo, pur brevemente, che cosa e accaduto in seguito.
Dopo mesi di precarietà (durante i quali egli si mantiene a fatica lavorando per la Caritas e pure per la Vestro, consegnando i cataloghi della nota società italiana all’epoca leader della vendita per corrispondenza), don Andrea trova accoglienza da don Federico Rebora, parroco della Santissima Trinità e di San Benedetto al Porto. E 1’8 dicembre 1970, festa dell’Immacolata. Inizia così la storia della Comunità di San Benedetto.
Con il Gallo si muove un largo aggregato di varia umanità, che raccoglie gente del Carmine, ma anche quella spinta movimentista e giovanile rimasta dal ’68. I suoi adepti, anzi, per meglio dire, i suoi “compagni di strada”, sono accomunati dall’impegno politico e pastorale verso gli ultimi e i più emarginati. Nel 1976 sul biglietto da visita della Comunità si legge la frase di Dietrich Bonhoeffer «Pregare c fare ciò che è giusto fra gli uomini»; una cosa non può stare senza l’altra. La radicalità del cristiano e la dimensione politica della fede si uniscono nella vita comunitaria.
Don Gallo ha sempre sostenuto che le origini della sua Comunità erano radicate nella cultura dell’animazione sociale, nell’educazione alla pace, all’ecologia, alla giustizia e alla solidarietà, che sono le logiche conseguenze di un agire che mira a creare un profondo rinnovamento culturale e sociale (potremmo dire sinteticamente, una rivoluzione) e che si fonda sempre sulla dignità della persona; di ogni persona. A partire da quell’infinita schiera di marginali (in particolare giovani) che ha strappato alla strada, alla droga, alla prostituzione, alla solitudine e allo stigma sociale, puntando costantemente — con profonda convinzione — sull’etica della responsabilità «Devi sempre metterci del tuo»; «L’unica cosa che non puoi fare e non partecipare»).
I riferimenti culturali della Comunità di San Benedetto sono stati molteplici. Ne cito solo alcuni, tra i maggiori. Anzitutto, don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani; Paolo Freire e la sua già citata “Pedagogia degli oppressi”,’ Simone Weil; Eric Fromm, soprattutto per il suo testo imprescindibile “Escape from Freedom”; lo psicologo Gordon Allport, autore nel 1965 della “Psicologia della personalità”. E poi ancora Gandhi e Nelson Mandela, padre Ernesto Balducci e Giulio Girardi’, monsignor Pellegrino e Giacomo Lercaro, in particolare per il suo intervento conciliare sulla Chiesa e i poveri. Monsignor Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas; don Guglielmo Aldo Ellena, prsbitero salesiano fondatore della rivista «Animazione sociale»; Franco Basaglia, con la sua ferma convinzione di dover trovare “la teoria nella pratica e nella scienza l’impegno sociale”; don Luigi di Liegro (che soleva ripetere: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei») e il cardinal Martini («Credenti o non credenti, l’importante è che siate pensanti»). Poi ancora il sacerdote trentino Dante Clauser (anch’egli “prete di strada”), don Antonio Balletto, don Paolo Farinella (“l’amore é a perdere”, dono gratuito di sé agli altri) e tutti gli amici genovesi del Gallo (a partire dalla famiglia Cifatte). Infine, Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e giovane testimone della seconda sessione del Concilio Vaticano Il, costante riferimento della Comunità.
I primi quindici anni a San Benedetto sono molto duri, in parte di stigmatizzazione. Don Federico Rebora (che della Comunità è considerato “la prima pietra”) riceve pressioni dalla Curia per cacciare don Andrea
9-Tra i maggiori filosofi e teologi riconducibili alla Teologia della Liberazione, e autore di riferimento del dialogo tra comunisti e cristiani, Girardi fu molto vicino alla Comunità di don Gallo alla fine degli anni Ottanta, coordinando anche un’ampia ricerca partecipativa, i cui esiti sono pubblicati nel volume Dallo dipendenza alla pratica della libertà (Roma 1990].
e i suoi ragazzi, ma si rifiuta di farlo. E l’esperienza comunitaria si consolida, cresce, inizia a incidere in profondità.
L’obiettivo più alto è sempre quello cli sovvertire l’ordine delle cose ingiuste. La comunità diventa formalmente “Associazione Comunità di San Benedetto al Porto” il 2 marzo 1983, si arricchisce di attività e si articola in diverse direzioni, affrontando anche complessi problemi di gestione.
Nell’ ’81 l’afflato partecipativo si incarna nei “comitati ristretti”, chiamati a gestire democraticamente le varie strutture. Il sogno, o l’utopia, é quello dcll’autogestione. In parte e abbastanza a lungo l’esperimento funziona, ma poi la complessità richiede una maggiore organizzazione, inevitabilmente più gerarchica, però sempre con don Gallo come faro.
A tal proposito Anna Raybaidi, i cui testi ho già doverosamente citato quali fonti preziose per ricostruire vita e pensiero di don Andrea, a un certo punto dice che egli era e si sentiva il “buon pastore” che difende e guida le sue pecore. Certamente è così, ma vi é anche un altro aspetto del-la sua personalità che mi preme sottolineare, diciamo — per semplificare un poco — più “anarchico” e libertario, almeno per come ho conosciuto io don Gallo, così vicino alla poetica e all’originalissima spiritualità di Fabrizio De Andre e al suo senso religiosamente laico di giustizia, misericordia e libertà.
Questo riferimento all’anarchia, peraltro, mi consente di tornare al testo autobiografico che già lo avuto modo di richiamare in precedenza. Recensendo quel volume, a un certo punto scrivevo: «Don Andrea Gallo, “l’angelo anarchico”, il prete di strada che ha fondato la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e ha sempre lottato per diffondere la cultura della pace e della solidarietà, ha aiutato tutti coloro che lo hanno incontrato in questi anni a comprendere l’infinita dignità degli sconfitti, dei respinti, dei disperati e di chi è stato delegato ai margini dalle nostre magnifiche liberal-democrazie, opulente e spietate. Ora con la pubblicazione della sua autobiografia ci ha regalato una nuova forte emozione. Una silloge di riflessioni, di pensieri, di racconti di vita vissuta e di fulgidi ritrattt, che in poche righe tratteggiano un mondo di miserie e di splen-don, di solitudine e di amore»”.
«I miei occhi di prete di trincea — scrive don Gallo — sono abituati
’10-G, Barberis, Recensione del volume di DON A. GALLO, Angelicamente anarchico in «Quaderno di storia contemporanea», 37, 2005, 199-201.
alle ombre dei bassifondi e al nero tragico della solitudine e dello sbandamcnto». Ma sono abituati anche a incrociare tanti altri occhi carichi di speranza c di voglia di lottare, tante persone che non si rassegnano e che non rinunciano mai al loro sogno di liberazione, anche di fronte alle dure repliche dell’esistenza, ai tormenti interiori e alle delusioni più grandi.
“Bisogna sempre osare la speranza’ del libro, e non smettere mai di sperare si legge nella parte conclusiva impossibile. Lo aveva già detto
e scritto Mikhail Bakunin, il principe del pensiero libertario. E questa prospettiva delle alternative possibili, della speranza di un cambiamento radicale, é l’esatto opposto del mantra liberista sul “pensiero unico”. Consideriamo ad esempio ciò che sosteneva Margaret Thatcher, la “Lady di ferro” alla guida del governo conservatore britannico dalla primavera del 1979 alla fine del 1990. Ella era solita ribadire che, appunto, “non ci sono alternative possibili”. “there is no alternative (’r.I.N.n.) era uno dei suoi slogan pili noti, accanto all’idea, piuttosto rozza, secondo cui «la società non esiste; esistono solo gli individui». Lo ha dichiarato testualmente in un’intervista dell’ottobre 1957 alla rivista «Women’s Own»: «There is no such things as society. The are individual men and women»,
Ma non é così! La dimensione collettiva dà conforto, respiro e senso. E c’è sempre un’altra possibilità, una via diversa, un’alternativa plausibile e praticabile. La Storia non finisce con il capitalismo, che è «un sistema imbevuto di illusione, sfruttamento e avidità», come efficacemente ricorda — in quello splendido film di Ken Loach intitolato Jimmy’s hall — il protagonista Jimmy Gralton nel suo appassionato discorso in difesa di una famiglia povera sotto sfratto.
Non ci si deve rassegnare al pensiero che non si possa mai cambiar nulla; occorre invece moltiplicare gli sforzi per dare sempre più spazio a un’idea di “solidarietà liberatrice” che sappia coniugare le libertà, i bisogni e i diritti dell’individuo e della collettività, e vincere l’indifferenza, l’ipocrisia e l’egoismo. E di “solidarietà liberatrice” parla anche abbondantemente la splendida Enciclica di Papa Francesco del 2020, la fratelli tutti, in cui — peraltro — il Pontefice definisce il neo-liberismo votato esclusivamente al profitto «un pensiero povero, ripetitivo, che propone
11- Il riferimento è, appunto, a Jimmy’s Hall, film di Ken Loach del 2014 ambientato nell’Irlanda degli anni Trenta del Novecento, e interpretato magistralmente da Berry Ward. Sul regista britannico e sul significato e la valenza artistica e “politica” della sua produzione cinematografica ivi permetto di rinviare a G. Barberis — R. Lasagnat, Ken Loach . Il cinema come lotta e testimonianza, Alessandria, 2024.
sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti»12. E per inciso sottolineiamo che grandi erano le aspettative e la fiducia che don Gallo aveva nei confronti di papa Francesco.
Ma in che modo possiamo dare concretezza a questa “utopia“? Come possiamo trovare il “giusto” cammino? In realtà, non ci possono essere scorciatoie o modelli preconfezionati. Si trova la u/’n soltanto ricercandola con gli altri. Ed è proprio ciò che ha fatto sempre don Gallo, con la sua inesauribile disponibilità a incontrare tutti e la sua capacità di coinvolgere le persone nel suo progetto di condivisione, di emancipazione e di lotta all’indifferenza, che é — com’egli ricordava — «la summa massima di tutti i peccati».
E non stupisce che, accanto a quelli dei “suoi” ragazzi, nel testo vi siano anche alcuni brevi ritratti molto toccarti di artisti legati a don Andrea da stima e amicizia, da Dario Fo a Beppe Grillo, da Manu Chao a Vasco Rossi, da Moni Ovadia al compianto Fabrizio De André, con la sua buona novella libertaria, radicale, umanissima. A proposito, mi piace ricordare che il Gallo era solito dire: «I miei Vangeli non sono solo quattro. Noi seguiamo da anni e anni anche il Vangelo secondo De André, un cammino in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori». Sono in molti ad aver compreso — da subito o pian piano — l’importanza della sua opera infaticabile, la forza della Comunità da lui fondata e l’esigenza di difendere le ragioni degli ultimi; del resto (sono sue parole),
«chi sceglie un’ideologia può anche sbagliare; chi sceglie i poveracci, i senza voce, i fragili, non sbaglia mai». Ma scegliere gli ultimi significa necessariamente pensare a un mondo diverso, più equo, più solidale e più libero.
Tutti noi siamo chiamati a ricercare con coraggio e passione nuove strade e nuove soluzioni per garantire ovunque pace e giustizia. Il compi-to è durissimo (direi sempre di più), ma come insegna la saggezza popo-lare, e come opportunamente ci ricordava ogni giorno il nostro caro prete anarchico: «Chi cerca trova. Anche le soluzioni».
Potevo forse concludere così, ma c’è ancora l’ultimo passo.
La salute di don Andrea inizia a vacillare verso la fine degli anni No-
12- PAPA FRANCESCO, Fratelli tutti, Sulla fraternità e l’amicizia sociale, Città de1 Vaticano, 2020, cap. V, par.168.
vanta, anche se egli non si risparmia mai, sino agli ultimi giorni del maggio 2013. Aveva una neoplasia al polmone sinistro. Si spegne il 22 maggio di quell’anno, alle ore 17:45. I funerali sono celebrati al Carmine quasi a “chiudere il cerchio”: il Gallo ritorna nella sua Chiesa, dove già nel 2009 aveva festeggiato con Bettazzi i cinquant’anni di sacerdozio.
Migliaia di persone vengono a salutare il “prete da marciapiede”, l’amico e il compagno di lotte, valori e ideali. Monsignor Bagnasco, durante la cerimonia funebre, viene più volte interrotto. La chiesa del Gallo non è quella del potere. Non lo è mai stata.
Come bene ha scritto Vittorio Agnoletto, don Gallo «aveva un’insaziabile sete e fame di giustizia». Ci conforta credere, o quanto meno sperare, che alfine sarà saziato.
Dal luglio del 2014 c’è una piazza dedicata a lui nel cuore del centro storico di Genova: “Don Andrea Gallo — Prete di strada”. Qualche volta, quando riesco, ci passo. Penso alle molte volte in cui ho avuto occasione di incontrarlo e di parlargli, lo ringrazio per tutto ciò che ha fatto e che ci ha insegnato, e senza quasi accorgermene, mi trovo a cantare, a fior di labbra, Bella ciao, come faceva lui sull’altare.
Gallo in Campo 2026 – 12 luglio 2026
Don Andrea Gallo: Resistenza e Costituzione, in cammino verso l’utopia
Titolo della relazione: Don Andrea Gallo e il Carmine. Tracce di comunità. In cammino verso l’utopia]
Intervento di Giorgio Barberis (UPO)
Saluti e ringraziamenti
Agli enti, istituzioni e associazioni che hanno organizzato l’evento: il Comune di Campo Ligure, la sezione locale dell’ANPI, la Pro-Loco, la Cooperativa Solidarietà e Lavoro, l’Associazione Memoria della Benedicta, la Comunità di San Benedetto a Porto.
Agli Yo Yo Mundi. Al pubblico
Contesto
Riferimento alla richiesta di approfondire la figura di don Gallo, a cui ero particolarmente legato, per un convegno organizzato dall’Università di Genova nel novembre 2024, con il coordinamento scientifico del prof. Alberto de Sanctis.
[Gli atti sono ora pubblicati in un volume collettaneo, che ha lo stesso titolo del convegno: La politica cattolica tra riforma e tradizione. Gruppi e figure della Genova del post-Concilio (Editoriale Scientifica, Napoli 2025).] [Richiamo al titolo originale del saggio]
Poi, c’è stato l’incontro all’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria il 2 aprile 2025, con Daniele Borioli e Fabio Scaltritti, per la Serata Benedicta.
L’idea di Chiara Lombardi è quella di proporre oggi uno schema e contenuti analoghi.
Ha molto senso, credo, ricordare sempre, e in particolare qui, in questa occasione, la figura di don Andrea Gallo, resistente e combattente fin da ragazzo – come vedremo a breve -, e poi per tutta la vita, sempre dalla stessa parte – quella degli ultimi, degli sconfitti, degli esclusi – e sempre in direzione ostinata e contraria.
A maggior ragione ha senso farlo in una fase storica vieppiù complessa, segnata dal naufragio dell’ordine liberale e da una “transizione” che pare non finire mai.
C’è un elemento ulteriore. Quest’anno, a luglio, tra pochi giorni, vivremo il 25o anniversario del G8 di Genova, di quella straordinaria mobilitazione collettiva in nome di un mondo diverso possibile, ferocemente repressa in uno dei momenti più cupi della storia recente della nostra Repubblica.
Don Gallo, ovviamente, c’era, ed è stata una figura centrale per il movimento altermondialista e per l’opposizione strenua e pacifica alla repressione.
Don Gallo e il titolo del mio intervento
Vi confesso che sono un po’ emozionato, e mi capita di rado; lo sono, evidentemente, per il tema che mi è stato chiesto di trattare. In effetti, ero molto legato a Don Gallo, avevo una grande stima per lui e ho avuto modo di incontrarlo e di parlargli in molteplici occasioni.
Era spesso in Alessandria dove la sua Comunità aveva – e ha tuttora – una presenza molto significativa. Diversi miei amici lo avevano frequentato, alcuni erano stati per un periodo più o meno lungo nelle sue comunità in provincia, ed era diventato per certi aspetti uno dei protagonisti della vita politica, culturale e sociale della città; un riferimento prezioso per moltissime persone.
Di lui molto si è detto e molto si è scritto e chi l’ha incontrato porta con sé un ricordo personale, forte, definito, che dà spesso la sensazione di avere colto l’essenza della sua figura carismatica.
In realtà potremmo dire che ognuno ha il suo don Gallo, e anche io ho il mio.
***
Egli sapeva unire carisma e giovialità, empatia e capacità di ascolto verso chiunque, pensiero critico (e pure autocritico) e una certa ortodossia (imprevedibile per un prete “ribelle” come lui), financo con qualche punta di rigidità. Aveva doti straordinarie e ha fatto cose eccezionali, e dunque mi è parso più che opportuno ricostruire la sua figura in chiave storica, ripercorrerne i momenti fondamentali della formazione e della sua esistenza fino ad arrivare agli ultimi anni, che sono quelli di una grande notorietà pubblica e di un riconoscimento sempre più un vasto.
Su don Andrea c’è forse troppa aneddotica, mentre al centro dell’attenzione ci devono stare la sua testimonianza di fede e impegno, il suo pensiero (radicale e illuminato) e i suoi obiettivi concreti.
A guidarne l’azione non c’è solo la solidarietà, ma la capacità di accogliere. “Accoglienza” significa condivisione, compartecipazione al dolore che pervade l’altro; il “sentire con” e il “camminare insieme”, ricercando la via giusta e le risposte attese lungo il percorso (secondo il metodo zapatista del caminar preguntando, che a mio parere rimane una delle soluzioni migliori all’incertezza in cui oggi rischiamo di naufragare).
Il suo punto di vista è sintetizzato icasticamente così: “Educare, non punire, non proibire” (come noto, fu sempre un convinto antiproibizionista). Il suo fine costante è stato quello di trasformare radicalmente lo status quo; di giungere alla “liberazione integrale dell’uomo”. Qui si coglie un richiamo diretto alla Teologia della Liberazione: don Gallo, infatti, condivideva la prospettiva della “Chiesa dei poveri” e riconosceva chiaramente la dimensione politica della fede.
A ciò univa carisma e capacità comunicative fuori dal comune. Sapeva farsi ascoltare e capire da tutti – dall’ultimo dei suoi “drogati di merda” (come diceva provocatoriamente) fino al primo dei cardinali – con la stessa sincerità e schiettezza. Sapeva coniugare magistralmente impegno e saggezza, cultura e politica, ironia e vis polemica. Era curioso, attento a tutto, aperto a ogni nuova idea, proposta, suggestione; ma anche molto tenace e determinato.
A ispirarlo nel profondo, sempre e comunque, il Vangelo – “Ama il prossimo tuo come te stesso” – ch’egli non disgiungeva mai, come detto, da un costante impegno politico volto alla partecipazione democratica.
Non voglio, però, farne un “santino”. Lui di certo non avrebbe voluto. Voglio solo dare il mio piccolo contributo a far piena luce su una figura così rilevante e peculiare, come già hanno fatto molte/i altre/i prima di me.
Ho pensato di prendere le mosse, in questo breve intervento, da una pubblicazione. Non uno dei molti volumi su don Gallo, bensì uno firmato direttamente da lui. Un libro bellissimo, fin dalla scelta del titolo. Mi riferisco ad Angelicamente anarchico. Autobiografia [Mondadori, Milano 2005].
Un testo pieno di saggezza, di umanità, di vita. Ho avuto il piacere di presentarlo e di recensirlo in diverse riviste, e ho tratto proprio da quelle pagine la proposta stessa del titolo della mia relazione odierna.
Difendendo l’azione spontanea e generosa dei movimenti new global e di tutti quei nuovi soggetti impegnati nella costruzione di una società più giusta, don Gallo, richiamando le parole di Edoardo Galeano, a un certo punto ricorda: «L’utopia sta all’orizzonte, mi avvicino di due passi, lei si allontana dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungo mai. Quindi, a che serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare».
Tantissime persone sono in cammino. Sono passate da Genova e dalla tremenda esperienza del G8 assassino, sono passate dal Forum sociale di Porto Alegre e attraversano il nostro tempo, sempre più inquieto e cupo, adoperandosi per costruire un altro mondo possibile. Un mondo più libero e più solidale, senza Servi né Signori, senza più violenza né coercizione. Un’utopia? Forse. Ma contro un sistema che sacrifica decine di migliaia di persone ogni giorno e prospera grazie a umilianti disuguaglianze è assolutamente necessario fare qualcosa. Pensare e agire altrimenti.
Per questo ho voluto far riferimento da subito al Gallo in cammino verso l’utopia, con tutta la sua comunità.
E cosa c’entra il Carmine? Questa Chiesa storica dell’arcidiocesi genovese, situata nel quartiere omonimo, a poca distanza da via Balbi e dalla stazione di Genova Principe.
Vedremo presto che il Carmine c’entra parecchio, perché è lì che quelle “tracce” sono andate definendosi, proprio negli anni del post-Concilio.
***
Ma procediamo con ordine.
Don Andrea Gallo nasce come secondogenito a Genova il 18 luglio 1928 da Francesco, cantoniere delle Ferrovie dello Stato a Sampierdarena, e da Maria Tomasina Oliveri (la “Mascina”), casalinga di salda fede cattolica, originaria di Campo Ligure, il Paese a cui egli rimase sempre legato e ove ora riposa.
A 15 anni, sepolta la giovanile infatuazione per il fascismo, incontra la Resistenza grazie al fratello Dino, entrato nel ’43 a far parte di una brigata cattolica Sap [Squadre di Azione Patriottica], poi chiamata “Paolo Cozzo”. Andrea fa il portaordini, e soprattutto impara ad amare presto la pace e la libertà.
La vocazione, invece, non è particolarmente precoce. Egli frequenta l’istituto Don Bosco a Sampierdarena e a partire dal 1948 vive l’esperienza del suo noviziato tra i salesiani, con una solida (e mai rinnegata) passione per lo sport (e per il calcio in particolare) come forte elemento di aggregazione, educazione e integrazione.
Studia a Roma, e poi – da novembre 1953 a maggio 1954 – è in Brasile a San Paolo, animato da spirito missionario. Ma presto decide di rientrare in Italia. Intorno a questa scelta c’è qualche incertezza. Persone molto vicine a lui mi hanno raccontato che don Gallo viveva male l’esperienza di vita in Brasile; a disturbarlo, in particolare, le aspre disuguaglianze, il rapporto della gerarchia ecclesiastica con il potere e una prospettiva quasi “colonialista” della Chiesa nella quale egli non si riconosceva.
Rientrato in Italia prosegue i suoi studi tra diritto, filosofia e teologia. La sua preparazione era molto solida, anche se non ostentava mai il suo sapere. In particolare, frequenta l’istituto teologico di Bollengo.
Il 1° luglio 1959 è ordinato presbitero da monsignor Secondo Chiocca nella Chiesa dei salesiani a Sampierdarena e subito inviato come cappellano sulla Nave Officina Garaventa, istituita nel 1893 da Nicolò Garaventa e ormeggiata al porto di Genova: una sorta di riformatorio dalle regole molto severe per ragazzi (diciamo irrequieti) dai 10 ai 21 anni. Nel ruolo, complesso, non adotta un approccio punitivo o coercitivo, come da tradizione, ma applica una pedagogia nuova, aperta, umana, per certi aspetti ‘paritaria’.
Con i giovani della Nave Scuola riesce così a impostare rapporti di fiducia e amicizia, ma nel ‘63 viene richiamato all’istituto di Sampierdarena e, dopo poco tempo, decide di lasciare la congregazione dei salesiani, non avendo sufficienti spazi di autonomia.
Nel 1965 il cardinal Giuseppe Siri (arcivescovo dal 1946 – lo sarà fino al 1987 – e figura chiave del cattolicesimo conservatore, in costante rapporto dialettico, per usare un eufemismo, con don Andrea) lo invia, dopo una brevissima ma importante esperienza come cappellano nel carcere di Capraia, alla Chiesa del quartiere del Carmine nella veste di viceparroco (il parroco è don Emilio Corsi).
Inizia così una nuova straordinaria avventura, in una zona molto particolare della città, abitata e frequentata da classi sociali assai eterogenee, ben distinte tra loro ma unite da questo ‘strano’ prete, così diverso dagli altri, allegro, comunicativo, alla mano, e soprattutto capace di ascoltare e di cogliere i problemi delle persone.
Sono anni vivacissimi, in cui don Gallo, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II (che si chiudeva proprio nel dicembre del ‘65), propone riflessioni, omelie e iniziative che suscitano grande interesse, partecipazione, dibattito, ma anche contrasti, sospetti e (false) accuse.
Lo ascoltano e lo seguono in tanti, dagli studenti agli operai, dai camalli agli scout. A far discutere la sua scelta di unire la fede e l’attenzione alla dimensione politica e sociale, la liturgia e il puntuale commento critico all’attualità, sempre ispirato a una lettura radicale e progressiva dei Vangeli (che sono – a parere suo e, modestamente, anche a parere mio – dei testi letteralmente eversivi). La sua presenza diviene molto ingombrante e scomoda. Le sue parole in difesa di studenti e ragazzi sorpresi a fumare hashish, contestuali alle vibranti accuse contro le narcomafie, sono la goccia che fa traboccare il vaso.
La decisione della Curia è presa: nell’estate del 1970 don Gallo è rimosso dalla Chiesa del Carmine, tra lo sconcerto e la mobilitazione della maggior parte dei parrocchiani. L’1 e il 2 luglio migliaia di persone scendono in piazza in sua difesa, raccogliendo in poco tempo quasi 2500 firme a suo sostegno.
Compaiono cartelli polemici con scritte a mano assai eloquenti: “Il miglior Gallo è quello che tiene il becco chiuso”; “Non si rifiuta il prete, si rifiutano i diseredati del quartiere”. Di queste spontanee manifestazioni di protesta parlano parecchi giornali, tra cui addirittura «Le Monde», il quotidiano più autorevole in lingua francese (oltre a “L’Espresso”, “Panorama”, “Gente”, “Il Lavoro”, “L’Unità”).
L’ampio articolo de «Il Secolo XIX» del 2 luglio, firmato da Giuliano Crisalli, si conclude così: «Sugli scalini della Chiesa un ragazzo di dieci anni piangeva sconsolatamente. Al vigile che gli chiedeva che cosa gli fosse successo, ha risposto: mi hanno rubato il prete».
[Per inciso, grazie a Stefano Bruzzone, e alle molte persone che hanno collaborato con lui, “Mi hanno rubato il prete” diventa una manifestazione di quartiere che si ripeterà dal luglio 2007 per ben dodici edizioni]
La Curia, però, non ascolta le proteste. Don Gallo viene destinato come parroco a Capraia – secondo il ben noto principio del promoveatur ut amoveatur – ma egli rifiuta ed inizia un periodo duro di incertezza sul proprio destino, sebbene chiarissimo negli orientamenti di fondo: sempre dalla parte dei deboli e contro i poteri forti. La sua storia al Carmine, comunque, si chiude in modo brusco. Evidentemente la Provvidenza aveva altri piani per lui. Egli ha anche detto in modo molto chiaro: «Quello sradicamento dal Carmine è stato proprio la radice del mio apostolato».
Mi sembra utile, a questo punto, fare un inciso sul rapporto tra don Gallo e la Chiesa. Egli non rinuncia mai al suo spirito critico, ma è anche obbediente alla gerarchia. Si ricorda in proposito una sua frase molto efficace: «Se il mio cardinale mi dice di uscire con una pentola per cappello, io esco con la pentola in testa, ma se mi dice che la parrocchia che ospita la mia comunità non deve essere frequentata da masnadieri, trasgressivi e disperati, gli dico che si rilegga il Vangelo».
Nonostante incomprensioni e ostacoli di varia natura, don Gallo volle sempre rimanere nell’Istituzione ecclesiastica; come racconta Lilli Zaccarelli, che lo ha affiancato dal 1980 in poi, egli della Chiesa diceva: «È la mia casa, e io sono come un figlio che bisticcia con i suoi genitori».
Riferendosi nello specifico a quel periodo turbolento dell’estate del 1970 il Don mi ripeté un giorno una sua bellissima frase, che avevo già avuto modo di leggere e ascoltare in altra occasione: «Mi chiesero di scegliere tra obbedienza e rovina. Io scelsi l’obbedienza, e per loro fu la rovina».
In che senso? Cosa intendeva dire? Lasciamoci alle spalle quegli anni “formidabili” e ricordiamo, pur brevemente, che cosa è accaduto in seguito.
***
Dopo mesi di precarietà (durante i quali egli si mantiene a fatica lavorando per la Caritas e pure per la Vestro, consegnando i cataloghi della nota società italiana all’epoca leader della vendita per corrispondenza), don Andrea trova accoglienza da don Federico Rebora, parroco della Santissima Trinità e di San Benedetto al Porto. È l’8 dicembre 1970, festa dell’Immacolata. Inizia la storia della Comunità di San Benedetto.
Con il Gallo si muove un largo aggregato di varia umanità, che raccoglie gente del Carmine, ma anche quella spinta movimentista e giovanile rimasta dal ’68. I suoi “compagni di strada”, sono accomunati dall’impegno politico e pastorale verso gli ultimi e i più emarginati. Nel 1976 sul biglietto da visita della Comunità si legge la frase di Dietrich Bonhoeffer “pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”. La radicalità del cristiano e la dimensione politica della fede si uniscono nella vita comunitaria.
Don Gallo ha sempre sostenuto che le origini della sua Comunità erano radicate nella cultura dell’animazione sociale, nell’educazione alla pace, all’ecologia, alla giustizia e alla solidarietà, che sono le logiche conseguenze di un agire che mira a creare un profondo rinnovamento culturale e sociale (dunque, una rivoluzione?) e che si fonda sempre sulla dignità della persona; di ogni persona. A partire da quell’infinita schiera di marginali (in particolare giovani) che ha strappato alla strada, alla droga, alla prostituzione, alla solitudine e allo stigma sociale, puntando sempre – con convinzione – sull’etica della responsabilità [“devi sempre metterci del tuo”; “l’unica cosa che non puoi fare è non partecipare”].
***
I riferimenti culturali della Comunità di San Benedetto sono stati molteplici. Ne cito solo alcuni, tra i maggiori.
Anzitutto, don Primo Mazzolari e don Milani, Paolo Freire e Simone Weil, Eric Fromm e Nelson Mandela, padre Ernesto Balducci e Giulio Girardi, monsignor Pellegrino e Giacomo Lercaro, in particolare per il suo intervento conciliare sulla Chiesa e i poveri. E poi ancora Monsignor Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas. Don Guglielmo Aldo Ellena, presbitero salesiano fondatore della rivista «Animazione sociale». Franco Basaglia, con la sua ferma convinzione di dover trovare la teoria nella pratica e nella scienza l’impegno sociale. Don Luigi di Liegro (“dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”) e il cardinal Martini (“credenti o non credenti, l’importante è che siate pensanti”). Il prete trentino don Dante Clauser (anch’egli “prete di strada”), don Antonio Balletto, don Paolo Farinella (“l’amore è a perdere”) e tutti gli amici genovesi. Infine, Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e giovane testimone della seconda sessione del Concilio Vaticano II.
I primi quindici anni a San Benedetto sono molto duri, in parte di stigmatizzazione. Don Federico Rebora (“la prima pietra della Comunità”) riceve pressioni dalla Curia per cacciare don Andrea e i suoi ragazzi, ma si rifiuta di farlo. E l’esperienza comunitaria si consolida, cresce, inizia a incidere in profondità.
L’obiettivo più alto è sempre quello di sovvertire l’ordine delle cose ingiuste. La comunità diventa formalmente “Associazione Comunità di San Benedetto al Porto” il 2 marzo 1983, si arricchisce di attività e si articola in diverse direzioni, affrontando anche complessi problemi di gestione.
***
Anna Raybaudi, i cui testi sono fonti preziose per ricostruire vita e pensiero di don Andrea, a un certo punto dice che egli era e si sentiva il “buon pastore” che difende e guida le sue pecore.
A me sinceramente non pare del tutto esatto dire questo, almeno non per come l’ho conosciuto io… È più “anarchico” di così, più vicino a De André e al suo senso religiosamente laico, radicale e umanissimo di giustizia, misericordia e libertà. A proposito, mi piace ricordare che il Gallo era solito dire: «I miei Vangeli non sono solo quattro. Noi seguiamo da anni e anni anche il Vangelo secondo De André, un cammino in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori».
Questo riferimento all’anarchia, peraltro, mi consente di tornare al testo autobiografico che già ho avuto modo di citare in precedenza.
Recensendo quel volume, a un certo punto scrivevo: «Don Andrea Gallo, “l’angelo anarchico”, il prete di strada che ha fondato la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e ha sempre lottato per diffondere la cultura della pace e della solidarietà, ha aiutato tutti coloro che lo hanno incontrato in questi anni a comprendere l’infinita dignità degli sconfitti, dei respinti, dei disperati e di chi è stato relegato ai margini dalle nostre magnifiche liberal-democrazie, opulente e spietate. Ora con la pubblicazione della sua autobiografia ci ha regalato una nuova forte emozione. Una silloge di riflessioni, di pensieri, di racconti di vita vissuta e di fulgidi ritratti, che in poche righe tratteggiano un mondo di miserie e di splendori, di solitudine e di amore».
“I miei occhi di prete di trincea – scrive don Gallo – sono abituati alle ombre dei bassifondi e al nero tragico della solitudine e dello sbandamento”. Ma sono abituati anche a incrociare tanti altri occhi carichi di speranza e di voglia di lottare, tante persone che non si rassegnano e che non rinunciano mai al loro sogno di liberazione, anche di fronte alle dure repliche dell’esistenza, ai tormenti interiori e alle delusioni più grandi.
“Bisogna sempre osare la speranza”, si legge nella parte conclusiva del libro, e non smettere mai di sperare l’impossibile.
Lo aveva già detto e scritto Mikhail Bakunin, il principe del pensiero libertario. E questa prospettiva delle alternative possibili, della speranza di un cambiamento radicale, è l’esatto opposto del mantra liberista sul “pensiero unico”. Pensiamo a ciò che sosteneva Margaret Thatcher, la “Lady di ferro” alla guida del governo conservatore britannico dalla primavera del 1979 alla fine del 1990. Ella era solita ribadire che, appunto, “non ci sono alternative possibili”. There is no alternative (t.i.n.a.) era uno dei suoi slogan più noti, accanto all’idea, piuttosto rozza, secondo cui «la società non esiste; esistono solo gli individui».
Ma non è così! La dimensione collettiva dà conforto, respiro e senso. E c’è sempre un’altra possibilità, una via diversa, un’alternativa plausibile e praticabile.
La Storia non finisce con il capitalismo, che è un sistema «imbevuto di illusione, sfruttamento e avidità».
Non ci si deve rassegnare al pensiero che non si possa mai cambiar nulla; occorre invece moltiplicare gli sforzi per dare sempre più spazio a un’idea di “solidarietà liberatrice” che sappia coniugare le libertà, i bisogni e i diritti dell’individuo e della collettività, e vincere l’indifferenza, l’ipocrisia e l’egoismo. E di “solidarietà liberatrice” parla anche abbondantemente la splendida Enciclica di Papa Francesco del 2020, la Fratelli tutti, in cui – peraltro – il Pontefice definisce il neo-liberismo votato esclusivamente al profitto «un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti». E grandi erano le aspettative e la fiducia che don Gallo aveva nei confronti di papa Francesco.
Ma in che modo possiamo dare concretezza a questa “utopia”? Come possiamo trovare il “giusto” cammino?
In realtà, non ci possono essere scorciatoie o modelli preconfezionati. Si trova la via soltanto ricercandola con gli altri. Ed è proprio ciò che ha fatto sempre don Gallo, con la sua infaticabile disponibilità a incontrare tutti e la sua capacità di coinvolgere le persone nel suo progetto di condivisione, di emancipazione e di lotta all’indifferenza, che è – com’egli ricordava (insieme ad Antonio Gramsci) – «la summa massima di tutti i peccati».
***
Sono in molti ad aver compreso l’importanza dell’opera del nostro caro prete “anarchico”, la forza della Comunità da lui fondata e l’esigenza di difendere le ragioni degli ultimi; del resto (sono sue parole), «chi sceglie un’ideologia può anche sbagliare; chi sceglie i poveracci, i senza voce, i fragili, non sbaglia mai». Ma scegliere gli ultimi significa necessariamente pensare a un mondo diverso, più equo e più libero.
Tutti noi siamo chiamati a ricercare con coraggio e passione nuove strade e nuove soluzioni per garantire ovunque pace e giustizia. Il compito è durissimo (direi sempre di più), ma come insegna la saggezza popolare, e come opportunamente ci ricordava il Gallo: «Chi cerca trova. Anche le soluzioni»!
***
Potevo concludere così, ma c’è ancora l’ultimo passo.
La salute di don Andrea inizia a vacillare verso la fine degli anni Novanta, anche se egli non si risparmia mai, fino agli ultimi giorni del maggio 2013. Aveva una neoplasia al polmone sinistro. Si spegne il 22 maggio di quell’anno, alle ore 17:45.
I funerali sono celebrati al Carmine quasi a “chiudere il cerchio”: egli ritorna nella sua Chiesa, dove già nel 2009 aveva festeggiato con Bettazzi i cinquant’anni di sacerdozio.
Migliaia di persone vengono a salutare il “prete di strada”, l’amico e il compagno di lotte, valori e ideali. Monsignor Bagnasco, durante la cerimonia funebre, viene più volte interrotto. La chiesa del Gallo non è quella del potere. Non lo è mai stata.
Come dice Vittorio Agnoletto, «aveva un’insaziabile sete e fame di giustizia». Ci conforta sapere che sarà saziato.
Dal luglio del 2014 c’è una piazza dedicata a lui nel cuore del centro storico di Genova: “Don Andrea Gallo – Prete di strada”. Qualche volta, quando riesco, ci passo. Penso a lui, lo ringrazio per tutto ciò che ha fatto e che ci ha insegnato, e senza quasi accorgermene, mi trovo a cantare, a fior di labbra, Bella ciao, come faceva lui sull’altare.
Vi ringrazio per l’attenzione.