Il vuoto che resta

La manutenzione della memoria consiste, come sappiamo, nella ricerca e nell’ascolto dei racconti di chi è stato protagonista di una determinata vicenda in un determinato luogo e momento storico.

L’acquisizione delle singole vicende porta necessariamente a riflettere nel confronto tra le varie storie. In questo contesto, le testimonianze legate a un evento complesso come la strage della Benedicta, si articolano a seconda del ruolo, del sesso e dell’età del testimone e in base a questo, ogni racconto porta con se la valorizzazione di un aspetto della vicenda ogni volta diverso, proprio a seconda della specificità del soggetto che è chiamato a raccontare.

In questo ambito riporteremo alcune considerazioni preliminari su alcuni tratti comuni che riguardano il racconto e l’esperienza dei parenti dei giovani martiri della Benedicta e delle loro comunità d’origine.

Questo testo non è una ricerca di sociologia storica e per questo non porta a nessuna specifica conclusione ma semmai vorrebbe esserne la premessa, ovvero una raccolta di osservazioni da cui partire per uno studio approfondito sulle conseguenze del lutto che i parenti dei partigiani uccisi e deportati, morti nei lager nazisti della Benedicta furono costretti a subire durante i giorni di Pasqua del 1944.

I giovani Partigiani fucilati da un contingente di Bersaglieri della RSI alla Benedicta nei giorni del 6-7 aprile 1944 ebbero una prima provvisoria sepoltura nei pressi del luogo del massacro. I parenti a liberazione avvenuta vollero far riesumare i corpi dei loro congiunti per trasportarli presso i loro paesi d’ origine e celebrare le loro esequie in forma ufficiale.

Culto dei morti ed elaborazione del lutto

Riportiamo alcuni semplici concetti su cos’è e cosa rappresenta e ha rappresentato il culto dei morti nella storia delle società umane. Andando a cercare sul sito dell’ Enciclopedia Treccani alla sezione Enciclopedia dei ragazzi (2005) troviamo la voce compilata da Adriano Favole.

“Il culto dei morti è l’espressione della pietà che gli esseri umani provano verso i defunti e della speranza in una vita futura. Il culto dei morti si manifesta nei riti funebri, diffusi in tutte le società; nella costruzione di luoghi dei morti come i cimiteri; nella elaborazione di credenze relative al destino dell’anima e all’aldilà; nel modo in cui si conserva la memoria dei defunti.

La pietà si esprime nel dolore che si prova per la perdita di una persona cara e nella volontà di mantenerne il ricordo; essa si lega spesso alla speranza in una vita futura dopo la morte. Questi atteggiamenti verso i defunti sono propri dell’essere umano fin dai tempi più remoti. Secondo Jan Assmann, un importante studioso dell’antico Egitto, molte forme di arte sono nate proprio per l’esigenza di mantenere il ricordo dei morti. Il desiderio di ricordare i defunti ha spinto l’essere umano a realizzare forme di rappresentazione (sculture, dipinti, ma anche espressioni verbali) capaci di far “sopravvivere” i morti nella memoria dei viventi, allo stesso modo in cui oggi utilizziamo fotografie e immagini in movimento.

Il culto dei morti si esprime nei momenti che seguono la morte attraverso la cura e l’attenzione per i corpi dei defunti. Familiari, amici, conoscenti del morto si radunano attorno alla salma. Il corpo del morto viene lavato, rivestito, decorato ‒ i corpi dei morti venivano accarezzati, abbracciati, tenuti sulle ginocchia: si pensi alla celebre scultura di Michelangelo nota come Pietà.”

La Pietà di Michelangelo

La morte non colpisce soltanto l’individuo e i suoi più stretti familiari, ma il più ampio gruppo a cui il morto apparteneva. Questo gruppo si stringe attorno alle persone in lutto durante i riti funebri che esistono in tutte le società del mondo e costituiscono la forma più diffusa di culto dei morti.

I funerali variano molto nel loro svolgimento, nei loro significati, nei loro simboli: in alcune società, per esempio, il simbolo del lutto è il nero, in altre il bianco. Ovunque essi riuniscono il gruppo in cui la morte ha creato un vuoto; consentono una espressione controllata del dolore; sono manifestazioni concrete delle credenze religiose di chi vi partecipa; infine essi forniscono l’occasione di ricordare il defunto e, insieme, di congedarsi da esso e dal suo corpo.

Antigone

“[…]Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire? Affrontare questa fine è quindi per me un dolore da nulla; dolore avrei sofferto invece, se avessi lasciato insepolto il corpo di un figlio di mia madre; ma di questa mia sorte dolore non ho. E se ti sembra che mi comporto come una pazza, forse è pazzo chi di pazzia mi accusa […]”

Antigone, tragedia di Sofocle, rappresentata la prima volta nel 442 a.C, si svolge dopo il fallito attacco guidato da Polinice contro la sua città. Il nuovo re di Tebe, Creonte, ordina che il corpo di Polinice rimanga insepolto in quanto traditore della patria. Antigone, sorella di Polinice, a differenza della pavida sorella Ismene, dichiara orgogliosamente che seguirà le leggi divine della pietà e prova per due volte a seppellire il cadavere del fratello. Presa dalle guardie, viene condannata a morte e a nulla valgono le proteste del coro e di Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone. Dopo le ammonizioni dell’ indovino Tiresia, Creonte torna in sé e fa liberare Antigone. Troppo tardi: Antigone si è impiccata ed Emone, maledicendo il padre, si suicida vicino a lei. Ricevuta la notizia la moglie di Creonte, Euridice, corre dentro la reggia e si dà a sua volta la morte. Solo, disperato, a Creonte non resta che maledire se stesso e invocare la morte.

La strage della Benedicta e l’impossibilita dell’elaborazione del lutto.

La strage della Benedicta riguarda l’uccisione di circa 154 giovani nei giorni di Pasqua del 1944, a seguito di un’ operazione militare voluta dai Comandi Tedeschi in accordo con la RSA (Repubblica di Salò). Alcuni partigiani furono freddati mentre tentavano di fuggire, altri furono rinchiusi per una notte all’ interno della cappelletta posta nel complesso della Cascina Benedicta e fucilati al mattino seguente, a gruppi di otto a pochi metri dalla cascina stessa.

I cadaveri furono seppelliti molto sommariamente e furono sfigurati attraverso un colpo di rivoltella inferto sui loro volti.

Durante le operazioni di rastrellamento e nei quindici giorni successivi la zona fu interdetta a tutti i non-autorizzati.

I ruderi della cascina Benedicta. Dopo la fucilazione dei partigiani, la Cascina Benedicta fu minata e fatta esplodere. Al lutto per i caduti si aggiunge anche quello verso l’ edificio che per secoli era stato il punto di riferimento e luogo di scambio per la comunità di Capanne di Marcarolo.

Altri 190 furono deportati nei campi di lavoro di Gusen e Mauthausen, solo 35 fecero ritorno nelle loro case.

Il KL di Mauthausen. Nel romanzo di Nino Haratischwili dal titolo “L’ ottava vita (per Brilka)” si trova una descrizione sintetica e molto precisa di che luogo fu il KL di Mauthausen: “Io e mia madre finimmo a Mauthausen, conosci quel posto? No non lo conosci, meglio così. A Mauthausen c’ erano diversi campi secondari. Le cave di terra e pietra, le cave di granito, le officine per l’ industria pesante. E i bordelli. Era un campo di terza categoria, pensato per lo sterminio tramite il lavoro. L’ unico campo di quel genere sul suolo del Reich tedesco. Le persone venivano classificate come asociali, quindi criminali e disadattati, dovevano stare lì ad ammazzarsi di fatica. Anche se non ho mai capito perché io e mia madre fossimo state classificate come asociali. Comunque, mia madre lavorava alla cava di pietra, io invece dovevo occuparmi della manutenzione e disinfestazione delle baracche dei bordelli dato che il mio peso non mi permetteva di fare lavori più duri.[…] Le donne che lavoravano in quelle baracche venivano quasi tutte da Ravensbruk, e quasi tutte dopo poche settimane volevano tornare a Ravensbruck. Lì almeno avrebbero potuto aspettare la morte senza vendere il loro corpo”.

ADELINA PIANA

Adelina ha 99 anni e vive a Campo Ligure. La sua lucidità e il suo ottimo stato di salute ci hanno permesso di invitarla nelle scuole elementari di Campo Ligure e Masone per raccontare la sua esperienza.

Il fratello di Adelina, Giovanni, viene catturato durante i giorni del rastrellamento e deportato a Mauthausen, dove morirà il 13 aprile 1944.

Nella vicenda di Adelina sperimentiamo il lutto che non potrà mai essere completato secondo le modalità consuete che connotano la cultura nella quale Adelina è nata e alla quale appartiene.

Essendo stato deportato a Mauthausen e non essendo sopravvissuto al KL, la famiglia di Adelina non ha mai avuto un corpo da ricomporre e seppellire. Moreno, il figlio di Adelina, si recherà molti anni dopo a Mauthausen, Adelina non avrà mai il coraggio di andarci, per riportare pochi effetti personali del deceduto e la testimonianza di un nome su un registro.

Quando, quasi un anno dopo la liberazione, un deportato di Campo Ligure, compagno di prigionia del fratello di Adelina fece ritorno a casa e gliene annunciò l’ avvenuto decesso Adelina incassa il profondo dolore, la fine della speranza e l’ angoscia di dover annunciare a sua madre che Giovanni, suo fratello, non farà più ritorno a casa. La preoccupazione per la reazione dei genitori è un tratto comune nelle testimonianze di sorelle e fratelli, costretti dagli eventi a dover annunciare per primi ai parenti e in particolare alle madri i tragici destini dei loro figli.

La non restituzione del corpo del fratello non impedisce ad Adelina e ai famigliari degli altri tre ragazzi di Campo Ligure morti a Mauthausen di voler comunque organizzare un funerale che elevi al rango di eroi, morti per la liberazione della patria, i propri congiunti.

I parenti si recano da Monsignor Grillo, il potente prelato di Campo Ligure fascista, il quale alla richiesta di addobbare la chiesa per un funerale che renda gloria ai questi giovani, Don Grillo si fa beffe di loro. E Adelina a reagire, a replicare al diniego del Monsignore, il quale per tutta risposta le fa notare : “Non appartengono mica alla famiglia degli Esemberger!”. (Gli Esemberger sono una potente famiglia che risiedeva in una villa posta all’ ingresso del paese, nella quale, durante gli anni dell’ occupazione, era ospitato il comando tedesco).

Tutto questo genererà in Adelina una profonda coscienza antifascista e una rabbia che a 80 anni di distanza da queste vicende, non si è mai sopita.

Eppure, pur nella consapevolezza che suo fratello Giovanni era a sua volta un antifascista, che al momento dell’arresto si stava recando presso i partigiani e che quindi presumibilmente, fosse anche lui attivo nella Resistenza, e avesse compiuto una scelta che prevedeva anche la possibilità di andare incontro alla morte, Adelina da sorella, ripete spesso che, se non fosse tornato a casa dopo l’8 settembre, se non si fosse nascosto, se non avesse collaborato con i partigiani, se fosse stato catturato come fascista dagli americani, tutto questo non sarebbe accaduto.

ANNA PONTE

 

Anna ci ha lasciato nel 2017.

Come Adelina il suo lutto nasce dalla morte del fratello.

La sua vicenda è complicata. Anna viveva con la sua famiglia presso la Cascina Porassa a pochi passi dalla Cascina Menta, uno dei distaccamenti più importanti della brigata Garibaldi.

La vicenda del fratello è legata anch’essa ai giorni del rastrellamento. Il fratello esce di casa per andare ad aiutare i partigiani e non fa più ritorno, sarà subito catturato e fucilato sul posto nei pressi di Costa Lavezzara, un monte vicino alla Cascina dove abitava la famiglia Ponte. Era il suo fratello più caro, non vedendolo tornare Anna lo va a cercare e chiede a brutto muso di lui a un tedesco.

Qui di seguito si riporta la sintesi della testimonianza del fratello Angelo, contenuta nell’ archivio De Menech depositato presso l’istituto storico di Alessandria, che racconta l’incontro di Anna con il soldato tedesco.

Anna Ponte

Il giorno dopo i nazisti si presentano alla Cascina Porassa, perquisiscono la casa, dicono di stare cercando dei tedeschi uccisi dai partigiani, requisiscono tutti i beni della famiglia Ponte (le scorte alimentari, la mucca, la biancheria) e arrestano Anna e il fratello più grande.

Anna passerà cinque giorni presso la Casa dello Studente, subirà gli interrogatori e sarà trasferita a Marassi la cui sezione femminile è gestita dalle suore.

Sarà proprio una di queste che un giorno la porterà vicino a una finestra per farle vedere sua sorella, recatasi al carcere per far recapitare qualche genere di conforto ai due fratelli incarcerati e lì Anna si accorgerà che la sorella indossa il lutto: è così che Anna apprenderà della morte del fratello, e in quel momento sarà colta da un malore.

Anna racconta anche del profondo silenzio e della paralisi emotiva che coglierà il padre in conseguenza della perdita del figlio e sarà estremamente severa nel rimproverare alle istituzioni del dopo guerra il totale abbandono in cui viene lasciata la sua famiglia all’ indomani della liberazione. La perdita del fratello si abbina alla perdita dei beni, un figlio morto e due in carcere per diversi mesi mettono a dura prova la sopravvivenza stessa della famiglia e per tutto questo la famiglia Ponte non riceverà dalla nuova Repubblica nessun genere di risarcimento.

ELVIRA GHIOTTO

Per quanto riguarda Elvira non possediamo una testimonianza diretta della sua esperienza.

Abbiamo chiesto al prof. Enrico Ghiotto, suo nipote e cugino primo di Enrico e Pietro Grosso, entrambi fucilati alla Benedicta, di raccontarci la sua vicenda.

Elvira è la donna con il vestito fantasia e le mani congiunte verso il basso.

“Elvira Ghiotto (nata a Stazzano nel 1895 e morta a Serravalle nel 1963), sposata con Giovanni Grosso ebbe tre figli: Enrico, nato nel 1923, Pietro nato nel 1925 e Michelangelo nato nel 1930.

Enrico fu chiamato alle armi nel 1942 e inviato sul fronte jugoslavo mentre Pietro non fu chiamato. Dopo l’8 settembre Enrico scrive alla madre, firmandosi Enrichetta, descrive la situazione di caos e di conseguenza di pericolo che sta vivendo. Elvira che era una donna estremamente determinata nella speranza di salvarlo dalla deportazione, parte per riportarlo a casa¸ lo incontra a Fiume e insieme affrontano il viaggio di ritorno.

Dopo il rientro a Serravalle, per evitare i bandi Graziani, Enrico si nasconde: a Stazzano presso la nonna materna, in una capanna nella vigna del padre e nell’appartamento di famiglia. Il pericolo di rappresaglie nei confronti dei famigliari e soprattutto verso le abitazioni, in accordo con la madre lo spinge ad entrare nelle formazioni partigiane che si stavano raccogliendo intorno al monte Tobbio a 25 chilometri dal paese. Parte da Serravalle insieme al fratello Pietro e ai cugini Enrico Montecucco e Renzo Gemme, figli di due sorelle della madre e a Giulio Barbieri figlio di una cugina delle sorelle Ghiotto. Insieme a loro partono una quindicina di ragazzi di Serravalle e Stazzano e a piedi nel dicembre 1943 raggiungono Capanne di Marcarolo. Qui erano operative due formazioni: la Brigata Alessandria con sede alla cascina Roverno e la Brigata Garibaldi con sede alla Benedicta. Per alcuni mesi i contatti con la famiglia sono regolari: Elvira anche tramite alcune nipoti poco più che adolescenti fa pervenire cibo (spesso riso) e abiti di lana soprattutto calze e maglioni che lei stessa fabbricava.

All’inizio di aprile 1944 i nazifascisti organizzano però un rastrellamento e la Brigata Alessandria viene investita in pieno. Il gruppo dei ragazzi di Serravalle viene catturato tutto il 6 aprile (si salva soltanto Renzo perché rientrato a casa perché gravemente malato) e la mattina del 7 inizia il massacro: i ragazzi trucidati sono 97. Il rastrellamento aveva interrotto i contatti con le famiglie, ma la notizia che era avvenuto qualcosa di grave si diffonde comunque e viene confermata da due ragazzi che non erano stati uccisi, ma fatti prigionieri e poi spediti in Germania con un trasporto ferroviario partito da Novi Ligure il 12 aprile, Marco Guareschi e Giuseppe Sericano, che nella stazione riescono a comunicare con le madri.

La notizia del massacro si diffonde e nonostante fosse proibito raggiungere la zona di Capanne molti genitori salgono fino a Capanne: è facile individuare il luogo: la cascina è stata fatta saltare con la dinamite, il luogo dell’esecuzione è individuabile per la presenza di frammenti di cranio, dovuti al colpo di grazia che lo ha fatto esplodere, le due fosse comuni dove sono stati gettati i cadaveri sono piccole e poco profonde.I 97 corpi sono esumati e disposti lungo la scarpata che sovrasta le fosse.

Elvira sale accompagnata dalla sorella Adele, madre di Enrico Montecucco, la cugina Antonietta Gemme madre di Giulio Barbieri, dal fratello Angelo, dal marito e dal figlio quattordicenne. La speranza di trovare qualcuno vivo si rivela subito vana e comincia subito l’opera di riconoscimento dei cadaveri già in via di putrefazione. Elvira, temendo il peggio aveva portato gli abiti per “vestire” i corpi e una bottiglia di alcool per lavarli.

Le operazioni di riconoscimento sono tragiche e difficoltose gli elementi più significativi per il riconoscimento sono soprattutto i maglioni fatti dalle madri. Tra i corpi disposti lungo la scarpata il 15 aprile riconosce Enrico e provvede a lavarlo e a vestirlo, ma il primo giorno non riconosce Pietro perchè i ragazzi potevano scambiarsi o prestarsi gli abiti per difendersi dal freddo e dai pidocchi. Durante la notte trascorsa nella vicina cascina Merigo, Elvira raccontava di aver sognato Pietro che si rivolgeva a lei chiedendo “e mi?” “e io?” proiezione della paura di non riuscire a riconoscere il secondo figlio. Il giorno successivo ripassa in rassegna tutti i corpi non ancora identificati e alla fine dice di essere riuscita ad identificarlo. In quei momenti è l’unica veramente attiva i maschi stanno in disparte ed assistono; solo quando dovranno costruire bare provvisorie con le assi della cascina distrutta diventano operativi. Poi nel cimitero provvisorio le donne tornano protagoniste: allestiscono le tombe e le vegliano durante la prima notte: i funerali sono stati proibiti.

Solo il due di maggio 1945 potranno essere svolti; le nuove bare saranno caricate su leśe (carri senza ruote) e trasportati a valle fino agli Eremiti da dove su camion raggiungeranno Serravalle dove il giorno dopo nella piazza del mercato verranno celebrati i funerali con in prima fila le madri. Altre madri , quelle i cui figli erano stati deportati assistono sperando nel rientro: solo Giuseppe Sericano tornerà ma in condizioni tali da non essere riconosciuto dalla madre; la sua sarà una liberazione senza gioia: perseguitato dai sospetti delle madri dei defunti, dovrà emigrare in Argentina.

Elvira passerà il resto della vita con il senso di colpa per aver incoraggiato i figli a salire in montagna.”

Il trasferimento delle spoglie dei partigiani tramite “lese”

Ripensando…

Una prima osservazione, forse banale, ma che è bene riportare è il carattere ultraviolento e irregolare che connota il tipo di guerra messa in campo da nazisti e fascisti. Non ci si limita a combattere il nemico, a ucciderlo, per vincere la guerra. In un bellissimo libro del 2012 dal titolo “Soldaten, combattere uccidere morire, le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli alleati” di Sonke Neitzel e Harald Welzen si dice: “[…]La violenza praticata dai soldati della Wermacht è tipicamente nazionalsocialista quando è finalizzata allo sterminio premeditato di un gruppo di persone, che, persino in malafede, non può essere definito una minaccia militare. E il caso dei prigionieri di guerra sovietici e degli oppositori politici, tutti denominati “Banditen” e, soprattutto dello sterminio degli ebrei. In quelle occasioni, come del resto in tutti i genocidi, si sono abbattute le barriere della civiltà […]”

La consapevolezza del tipo di violenza subito dai propri congiunti sarà un elemento di rabbia e dolore che scuoterà per sempre le emozioni dei parenti e che ritornerà sempre molto viva qualora si ripresenti l’ occasione di rievocarla.

Un secondo aspetto da sottolineare è come questa sia soprattutto una esperienza di donne. Martina Scarsi, giovane staffetta partigiana che nei giorni immediatamente successivi al rastrellamento, sfida i divieti per recarsi alla Benedicta, parla anch’ essa dell’ immobilismo dei maschi.

Nel corso del nostro secolo spesso ci capiterà di incontrare vicende simili, basti pensare al caso delle madri di Placa de Mayo in Argentina, al caso di Heidi Giuliani, madre di Carlo, ucciso da un carabiniere durante il G8 di Genova o di Ilaria Cucchi, il cui fratello muore in seguito a un banale fermo di polizia.

La protezione dei legami famigliari porta le donne a sfidare la morte, a esporsi in prima persona con grande coraggio. L’ importanza del rito funebre, della sepoltura, dell’ ultimo saluto sono elementi fondativi del proprio equilibrio emotivo e famigliare, quindi ad essi non si può rinunciare.

Così come vi è forte il desiderio di giustizia che porta queste donne a esporsi in pubblico e a organizzarsi per richiedere un funerale degno di cotanto sacrificio o per pretendere la verità sul destino dei loro cari.

L’ esperienza delle madri dei desaparecidos argentini, un libro di massimo Carlotto

Non si può però trascurare l’ altra violenza, quella esercitata da chi di quel martirio e di tutto quel dolore avrebbe dovuto farsi carico, a liberazione avvenuta, per permettere ai parenti di completare quel ciclo del lutto così fondativo del nostro vivere comune.

La Repubblica nata dalla resistenza si dimostrò inadeguata. Per mille ragioni: era il dopo-guerra e bisognava voltare pagina, all’ interno delle stesse istituzioni non si completò mai l’ epurazione di quelli che avevano aderito e lavorato attivamente per il regime, arrivò il periodo dell’ Amnistia Togliatti e occorreva dimenticare.

Ma anche la chiesa si comportò più o meno allo stesso modo. La religione rappresentava un elemento importante nella cultura delle persone vittime della strage e per le loro famiglie. Spesso si trattava di agricoltori, gente di montagna legata profondamente alla cultura silvo-agro pastorale dell’ Appennino ligure-piemontese, una cultura ricca di storie, riti, santi protettori. La vita trascorreva in paesi dove il tempo era scandito dal ritmo del lavoro agricolo e dalle ricorrenze religiose, dove le confraternite raccoglievano al loro interno moltissimi componenti della comunità. Questo è il caso di Anna Ponte come di Adelina.

Adelina dopo l’incontro con Monsignor Grillo continuò ad andare in chiesa ma solo una volta l’anno: in occasione del 25 aprile, eppure la gerarchia ecclesiastica non si astenne dal richiedere per Monsignor Grillo allo Stato italiano il riconoscimento della medaglia al valore della Resistenza e fu solo la ferma opposizione della locale sezione ANPI di Campo Ligure a impedire che ciò avvenisse.

Ma anche le stesse organizzazioni di ex-combattenti e il Partito Comunista non seppero farsi carico di quei lutti. La strumentalizzazione politica della Resistenza portò a fare delle differenze tra martiri a seconda della loro militanza politica all’ interno delle formazioni. Il bisogno di mitizzare la Resistenza, di negarne le contraddizioni, la violenza che questa scelta portava necessariamente con se, le esigenze di realpolitik che portarono Togliatti ad accettare l’ amnistia, i processi e i silenzi che furono conseguenza di quella stagione e che investirono molti partigiani che a guerra finita non entrarono a far parte dell’ élite politica, trascinarono nel dimenticatoio anche le giuste richieste di risarcimento e le giuste attenzioni che quei lutti avrebbero richiesto.

Un altro tipo di lutto: le comunità

Anniversario della strage della Benedicta 2023

Un altro aspetto particolare che riguarda la vicenda della Benedicta è il lutto che coinvolge le comunità di provenienza dei giovani ragazzi. Si tratta di villaggi dislocati nei fondovalle di un territorio che potremmo generalmente definire circostante il Monte Tobbio e Capanne di Marcarolo.

La composizione sociale di quei paesi differisce un po’ se si tratta dei luoghi appartenenti al genovesato, i cui abitanti erano in larga misura già operai in fabbrica e quelli della zona piemontese, più a carattere contadino. In alcuni paesi come per esempio a Parodi Ligure in Piemonte o a San Martino di Paravanico, nel genovesato, fu quasi un’ intera generazione di giovani maschi abili al lavoro che venne spazzata via.

L’idea è che il trauma fu talmente grande all’interno di queste comunità che il dolore e una certa e diffusa avversione al fascismo si sia riversata anche sulle nuove generazioni.

Questo sembra trasparire dalla partecipazione di massa che ancora si verifica in occasione della Celebrazione dell’ Anniversario della strage alla Benedicta, ma anche durante gli interventi in classe che l’ Associazione Memoria della Benedicta organizza durante il periodo scolastico per tenere viva la memoria.

E interessante notare come spesso, qualora ci si rechi negli istituti dei paesi più coinvolti nei fatti legati alla strage, anche i bambini delle scuole elementari siano spesso già informati e consapevoli dei fatti accaduti.

Bibliografia e fonti:

Benedicta 1944, l’ evento e la memoria, ristampa 2008, Le Mani.

I ribelli della Montagna, percorsi, profili, biografie dei caduti e dei deportati, di Giovanna D’ Amico, Bruno Mantelli, Giovanni Villari, Archetipolibri 2011

Archivio Demenech, ISRAL

Archivio sez.ANPI di Campo Ligure

di Chiara Lombardi

(questa storia è frutto di un’esercitazione eseguita per il corso di Etnologia del prof. Gianpaolo Fassino presso il corso di Lettere con sede ad Alessandria, Università del Piemonte Orientale)