Bianca la Rossa

 

Bianca Guidetti Serra

La storia della torinese Bianca Guidetti Serra (1919 –2014) non è solo la biografia di una donna brillante e dalla straordinaria forza vitale. È la storia di una figura che ha assistito e attivamente contribuito ad alcuni dei principali eventi del Novecento italiano. Approfondire la sua conoscenza significa cogliere, utilizzando una sua immagine, il “filo della democrazia” sotteso a battaglie civili, sociali, giudiziarie e politiche apparentemente lontane fra loro, ma in realtà profondamente connesse.

Chi era quindi Bianca Guidetti Serra?

A questa domanda si potrebbe rispondere in molti modi: partigiana, avvocata, consigliera comunale, parlamentare, attivista …

Se però raccogliamo le sue dichiarazioni tra le pagine della biografia Bianca la Rossa(1) , le interviste e le carte d’archivio – oggi conservate al Centro studi Piero Gobetti di Torino – ci accorgiamo che, almeno dagli anni Cinquanta, la professione di avvocata diventa la dimensione dominante e costante della sua lunga e intensa vita.

Il contatto con la realtà operaia sarà decisivo sotto molti aspetti: per la scoperta delle gerarchie di fabbrica e della gestione dei conflitti ma anche per la maturazione umana e per la sensibilità alle tematiche del diritto del lavoro che la porteranno a partecipare a molti processi contro le cosiddette “fabbriche della morte” e, in generale, in difesa dei diritti dei lavoratori.

Cosa succede tra il 1943 e il 1951?

Dopo la Liberazione Bianca, neolaureata, trova impiego nel sindacato come funzionaria. Qui si occupa, ancora una volta, di lavoro: contratti, vertenze, accordi.

Il tema la appassiona, ma non altrettanto quella che subisce come mancanza di indipendenza e di democrazia interna, e che le «toglie(va) il piacere della verità, con questo pronto uniformarsi alle direttive»(2).

E così, accanto al lavoro al sindacato, inizia a occuparsi di alcune pratiche legali presso un anziano avvocato e nel 1947 supera gli esami da procuratore legale: a quel tempo collabora presso lo studio di un compagno comunista, ma presto il suo temperamento indipendente che le aveva fatto abbandonare il sindacato la pone di fronte a un altro, importante bivio: rimanere (inesorabilmente) la “signorina dello studio” al servizio di un avvocato uomo, oppure camminare con le proprie gambe.

È il 1951, Bianca è sposata, ha un bambino di un anno e il suo salotto di casa in via Montebello, arredato con la scrivania del padre, un grande quadro e due poltrone diventa il suo primo studio.

Di avvocate in quegli anni ce ne sono ben poche, tantomeno penaliste; anche stavolta Bianca rompe gli schemi, non tanto per spirito di contestazione quanto per seguire la sua inclinazione. Pur seguendo inizialmente molte cause di diritto di famiglia, è infatti attratta dal diritto penale, che «investe i rapporti fra le persone in senso più ampio e non solo sul piano degli interessi»(3)  come invece fa, a suo parere, il civile.

Per lei la professione è «uno strumento per la difesa di questioni di principio, spinta indiretta alla conquista di riforme»(4)  e il tribunale, come logica conseguenza, «un luogo dei ‘diritti in movimento’, del confronto tra le istanze della società e i rapporti codificati di potere, di una dialettica tra le parti che tende a discutere e a ridefinire i confini di ciò che si intende per giusto o ingiusto nella vita sociale»(5).

Avevamo accennato che l’esperienza da assistente sociale la rende particolarmente sensibile alle istanze dei lavoratori: ciò si ripercuote su tutta la sua attività professionale. In rappresentanza del sindacato, che difende come parte civile, nel ‘77 partecipa al processo contro il colorificio Ipca di Ciriè(6): per la produzione dei pigmenti si utilizzano, senza che venga fornita alcuna protezione agli operai e in condizioni igienico-sanitarie terribili, le ammine aromatiche, di cui si conosceva l’elevata cancerogenicità sin dal 1895.

Si ammalano e muoiono molti dipendenti: per la prima volta, però (segno del cambiamento dei tempi), «vengono individuati dei responsabili penalmente perseguibili per le malattie professionali, fino ad allora guardate con fatalismo e risolte in genere con qualche indennizzo nei tribunali»(7) . Negli stessi anni l’avvocata prende parte a quella che sarà la lunga e tormentata vicenda giudiziaria “Eternit”, nome tragicamente associato alle migliaia di morti da mesotelioma pleurico causato dalle fibre di amianto sia tra gli operai che tra gli abitanti di Casale Monferrato e non solo.

Tra le vicende giudiziarie che hanno ad oggetto i diritti dei lavoratori, questa volta di riservatezza, libertà e attività sindacale, un ruolo di primo piano è rivestito poi dal processo sulle schedature Fiat, anch’esso iniziato nella seconda metà degli anni Settanta(8).

Tra il 1949 e il 1971 l’azienda torinese aveva raccolto e, appunto, schedato più di 350 mila fascicoli contenenti informazioni riservate sui propri dipendenti, prima e dopo l’assunzione. I dati spaziavano dalla vita privata alle opinioni politiche e venivano raccolti sia da dipendenti a ciò incaricati, sia (cosa ancora più grave) da informatori all’interno delle pubbliche amministrazioni, compresi alti funzionari. Il processo viene trasferito da Torino a Napoli per motivi di ordine pubblico e di legittima suspicione; dopo quattro anni di indagini caratterizzate da serrato segreto istruttorio e da sparizioni di numerosi dossier, la prima udienza viene fissata il 19 gennaio del ’76. Nel settembre dello stesso anno Guidetti Serra e l’avvocato Pier Claudio Costanzo chiedono la costituzione di parte civile delle organizzazioni sindacali: istanza che vedrà un accoglimento senza precedenti da parte dei giudici.

Un’altra componente importante dell’impegno professionale di Bianca è costituita dai processi cosiddetti “politici”, termine non tecnico e non presente nel nostro codice che ricomprende le vicende giudiziarie in cui sono in gioco motivazioni ideologiche, civili o sociali.

Per lei, uscita dal PCI nel 1956, la professione è una forma di militanza; in molti casi si trova a patrocinare cause che la vedono ideologicamente allineata, seppur con il dovuto distacco critico, ai suoi assistiti.

I processi del Sessantotto ne sono un esempio, con l’enorme mole di incarichi assunti in difesa di studenti e operai denunciati per reati tra cui occupazione di pubblico edificio, interruzione di pubblico servizio, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, violenza, lesioni, blocchi stradali e ferroviari.

Con l’avvento degli anni di piombo, però, e con la radicalizzazione dello scontro sociale attraverso il ricorso alla violenza, si pone in modo inedito e inevitabile il problema del rapporto con l’assistito, soprattutto nel processo politico. Se fino ad allora c’era stata una sorta di partecipazione, adesione e solidarietà nei confronti delle cause assunte, pur sempre con evitando la controproducente identificazione con il cliente, stavolta la posizione ideologica è fortemente divergente.

Eppure l’avvocata decide lo stesso di difendere, accettando o rifiutando caso per caso, imputati della sinistra extraparlamentare per fatti di violenza o sangue ma anche per reati associativi, di organizzazione o partecipazione a banda armata: questo principalmente per due ragioni. La prima è insita nella stessa funzione tecnica dell’avvocato, deputato a sorvegliare e garantire la regolarità del processo all’insegna del principio del contraddittorio e a tutelare l’imputato da possibili arbitri o abusi. La seconda è invece più legata a una sorta di rimorso di coscienza generazionale e alla volontà di trovare una spiegazione storica e sociale a ciò che stava accadendo.

A questi dilemmi se ne aggiungono altri con il processo alle Brigate Rosse, iniziato contro Renato Curcio e altri 22 imputati a Torino il 22 maggio 1976.

Sicuramente la criticità nuova e distintiva di questa complessa vicenda processuale è costituita dal rifiuto degli imputati sia di riconoscere l’autorità giudiziaria, in quanto espressione di uno stato contro il quale hanno dichiarato la rivoluzione, che di accettare la difesa di avvocati d’ufficio, considerati strumenti del regime e collaborazionisti di un tribunale definito “speciale”. La situazione precipita con l’omicidio del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce. Nominata avvocata d’ufficio di un imputato di Milano, dopo che la morte di Croce aveva fatto decadere i precedenti difensori d’ufficio, Bianca conduce il suo incarico firmando insieme ad altri l’eccezione di costituzionalità (più volte presentata) volta a contestare l’obbligo della difesa tecnica anche quando essa sia espressamente rifiutata dall’imputato, per evitare che la figura dell’avvocato sia ridotta a mera presenza scenica, e a valutare la possibilità dell’autodifesa. L’eccezione non verrà ammessa, ma aprirà un dibattito che pone interrogativi tuttora senza univoca risposta.

Quelli finora citati erano solo alcuni dei più importanti processi cui Bianca Guidetti Serra ha preso parte: molti altri sarebbero da ricordare in quanto espressione di battaglie sociali, giudiziarie e politiche portate avanti anche fuori dal tribunale. A tal proposito, non si può non menzionare il suo impegno di difensore come parte civile in alcuni processi tenutisi in tutta Italia negli anni Sessanta per maltrattamenti a minori abbandonati negli istituti. Minori di cui promuove la tutela nell’ambito dell’Associazione nazionale famiglie adottive e affilianti (poi mutato in “affidatarie”), fondata a Torino nel 1962 da lei e altri 8 soci.

Certamente emblematico del costante impegno professionale (e non solo) per i diritti delle donne, è infine il processo celebrato nel 1973 a Padova nei confronti di Gigliola Pierobon, di cui prende le difese insieme all’avvocato Vincenzo Todeschino. Alla ragazza, all’epoca dei fatti minorenne, viene contestato il reato di aborto, abrogato solo alcuni anni dopo dalla Legge n. 194/1978. Il processo, che termina con il perdono giudiziale, si caratterizza per un’attiva partecipazione dei movimenti femministi a sostegno dell’imputata e per una forte connotazione politica, facendo luce su una pluralità di problemi interessanti la collettività intera e non solo la singola imputata.

Queste vicende giudiziarie rendono un’idea di quello che per Bianca Guidetti Serra volesse dire fare il mestiere di avvocata. Davvero con lo studio del diritto, delle tecniche processuali, delle carte dei fascicoli, ha contribuito a tessere il filo della democrazia e ad ampliare i diritti dei soggetti sociali più deboli, sia nell’ambito delle fattispecie concrete che del quadro legislativo.

Giulia Agnolin

(1)B. Guidetti Serra con S. Mobiglia, Bianca la rossa, Torino 2009.

(2)G. Manzini, Bianca Guidetti Serra. L’avvocato in C. Stajano (a cura di), (3)La mia professione, Bari 1986, p. 105.

Ivi, p. 64.

(4)B. Guidetti Serra, Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Milano 1994, p. 9.

(5)B. Guidetti Serra con S. Mobiglia, Bianca la rossa cit., p. 87.

Cfr. P. Benedetto, G. Masselli, U. Spagnoli, B. Terracini, La fabbrica del cancro. L’Ipca di Ciriè, Torino 1976.

(6)B. Guidetti Serra con S. Mobiglia, Bianca la rossa cit., p. 217.

(7)B. Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronache di un processo e altre cronache, Torino 1984